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	<title>EnerBlog &#187; rinnovabili</title>
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	<description>Energia, ambiente, sviluppo sostenibile</description>
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		<title>Te la do io la sostenibilità (tra carbone e ipotesi IEA)</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 21:42:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi dieci anni il carbone ha soddisfatto il 47% della domanda di energia elettrica su scala mondiale. Un risultato che ha messo in ombra i pur impressionanti progressi che sono stati conseguiti nella crescita delle fonti rinnovabili, sommati a quelli &#8211; meno rilevanti ma comunque significativi &#8211; ottenuti con misure di efficienza energetica. Nonostante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi dieci anni il carbone ha soddisfatto il <strong>47% della domanda di energia elettrica su scala mondiale</strong>. Un risultato che ha messo in ombra i pur impressionanti progressi che sono stati conseguiti nella crescita delle fonti rinnovabili, sommati a quelli &#8211; meno rilevanti ma comunque significativi &#8211; ottenuti con misure di efficienza energetica.<br />
<a rel="attachment wp-att-533" href="http://www.enerblog.it/te-la-do-io-la-sostenibilita-tra-carbone-e-ipotesi-iea.html/nastro_carbone"><img class="alignleft size-full wp-image-533" style="margin: 5px 10px;" title="Nastro_carbone" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Nastro_carbone.jpg" alt="" width="315" height="270" /></a>Nonostante gli sforzi compiuti da numerosi Paesi, resta dunque lontano  l’obiettivo concordato nei vari vertici internazionali di contenere l’aumento della temperatura terrestre entro 2 °C.<br />
È questo il principale dato sottolineato dal <strong><em>Clean Energy Progress Report</em></strong>, il rapporto realizzato dall’International Energy Agency (IEA) sullo stato di avanzamento e sulla distribuzione mondiale delle tecnologie energetiche pulite, presentato a inizio mese in occasione della seconda edizione del “Clean Energy Ministerial”, svoltasi ad Abu Dhabi.</p>
<p>A partire dagli anni ’90 – si legge nel rapporto – a livello globale <strong>la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è cresciuta ad una media del 2,7% all’anno</strong>, un valore inferiore al tasso di <strong>crescita della domanda mondiale di elettricità  che è stato pari al 3%</strong>.<br />
Per poter conseguire l’obiettivo di un dimezzamento delle emissioni mondiali di CO2 entro il 2050 &#8211; afferma l&#8217;IEA &#8211; <strong>occorre che già nel 2020 l&#8217;energia prodotta con le fonti rinnovabili sia almeno il doppio di quella attuale</strong>. Un risultato che può essere ottenuto con difficoltà, e solo a condizione di adottare politiche molto più aggresive, in grado di rimuovere  molto velocemente gli ostacoli tecnici e burocratici che si frappongono ad una più accelerata penetrazione delle rinnovabili, oltre che di renderne finanziariamente stabile il mercato nel lungo periodo grazie a incentivi trasparenti e affidabili.</p>
<p>Ma secondo l&#8217;IEA<strong> le fonti rinnovabili non risolvono</strong>. Occorrono molte altre cose, anzi, per la<span id="more-531"></span> precisione, tutte quelle possibili.<br />
Brevemente:</p>
<p>►  <strong>Nucleare</strong>: è una tecnologia che resta necessaria. Pur considerando il prevedibile rallentamento determinato dagli eventi giapponesi, entro il 2020 dovrà essere in esercizio una potenza di 512.000 MW (cioè più di 80.000 MW aggiuntivi alla potenza oggi in esercizio e a quella già in costruzione e che è prevista entrare in servizio entro il 2015)</p>
<p>►  <strong>Riequilibrio tra gli incentivi alle varie fonti</strong>: oggi fortemente sbilanciato a favore delle fonti fossili</p>
<p>►  <strong>Efficienza energetica</strong>: esigenza di accelerarne la promozione in tutti i settori, tra cui (prioritario secondo l&#8217;IEA) gli interventi rivolti al miglioramento delle centrali a carbone esistenti</p>
<p>►  <strong>Trasporti</strong>: settore strategico. Tra i vari interventi l&#8217;IEA raccomnada in particolare un forte impegno per la diffusione di veicoli ibridi ed elettrici. Di quest&#8217;ultimi l&#8217;obiettivo è di averne in circolazione almeno 7 milioni di vetture entro il 2020</p>
<p>►  <strong>CCS</strong>: infine è urgente e prioritaria un’ampia diffusione delle tecnologie di cattura e stoccaggio geologico della CO2 (CCS &#8211; <em>Carbon Capture and Storage</em>). Secondo l&#8217;IEA è indispensabile realizzare entro il 2020 almeno 100 progetti CCS su larga scala, da portare a 3.000 entro il 2050.</p>



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		<title>Le rinnovabili contestate</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 23:16:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Nimby]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovabili]]></category>

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		<description><![CDATA[L’Italia ha il record dell’opposizione locale alla realizzazione di infrastrutture e impianti di ogni genere. Non si riesce a proporre qualcosa che – indipendentemente da ogni valutazione costi benefici, e quasi sempre prima di ogni valutazione – ci si ritrova con comitati più o meno locali o associazioni nazionali che si battono per impedirne la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia ha il record dell’opposizione locale alla realizzazione di infrastrutture e impianti di ogni genere. Non si riesce a proporre qualcosa che – <strong>indipendentemente da ogni valutazione costi benefici</strong>, e quasi sempre prima di ogni valutazione – ci si ritrova con comitati più o meno locali o associazioni nazionali che si battono per impedirne la realizzazione, per via dei possibili impatti ambientali e sanitari, o semplicemente perché sono brutti da vedere.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-523" href="http://www.enerblog.it/le-rinnovabili-contestate.html/nimby"><img class="size-full wp-image-523 alignleft" style="margin: 2px 10px;" title="Nimby" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Nimby.jpg" alt="" width="230" height="224" /></a>Non è che la protesta sia sempre un male. Anzi. Fa parte del gioco democratico e per molti versi è un bene: se non ci fosse si dovrebbe inventare. Solo che da noi è diventata una moda, il più delle volte irrazionale. Che ora non risparmia nemmeno le fonti rinnovabili.</p>
<p>La conferma arriva dai dati dell’<strong>Osservatorio Nimby Forum</strong>, che anche quest’anno ha analizzato la situazione delle contestazioni alle opere di pubblica utilità e agli insediamenti industriali sul territorio italiano. Risultano essere <strong>almeno 320 le opere contestate</strong>, con al primo posto i progetti di generazione elettrica (58%), seguiti dalle opere per lo smaltimento dei rifiuti (32,5%), dalle infrastrutture di vario genere (5,3%) e dagli impianti industriali (4,1%).<br />
Geograficamente <strong>la maggiore protesta riguarda il Nord</strong>, con circa il 50% delle contestazioni, mentre il resto è abbastanza suddiviso tra centro e sud.</p>
<p>Il Rapporto Nimby 2010 conferma cose già note, ma che vale la pena ricordare. Da quando è<span id="more-521"></span> stato costituito l’Osservatorio (2004) <strong>la protesta risulta in costante e regolare aumento</strong> (+13% nel 2010 rispetto al 2009), diventa sempre più incondizionata e coinvolge non solo i cittadini ma anche le Istituzioni nazionali e locali. <strong>Persiste l’assenza di un’informazione minimamente adeguata e, soprattutto,  la mancanza di un senso comune di responsabilità</strong>.</p>
<p>L’unica vera <strong>novità è la prevalenza che nella contestazione nazionale hanno assunto le fonti rinnovabili</strong>. Nel 2010 l’85% delle proteste relative agli impianti di generazione elettrica (pari al 49% di tutte le proteste: 158 casi su 320) hanno riguardato le fonti rinnovabili: centrali a biomasse, impianti eolici, fotovoltaici e centrali idroelettriche.</p>
<p>Tra <strong>le motivazioni alla base delle contestazioni</strong> prevale il timore sul (spesso presunto) impatto sull&#8217;ambiente, seguita dagli effetti sulla qualità della vita e dallo scarso coinvolgimento nei processi decisionali. Ma un aspetto sempre più importante è anche la <strong>crescente connotazione ideologica e politica </strong>che la sindrome Nimby è andata assumendo in Italia. Sempre più spesso, infatti, a guidare le proteste sono movimenti strutturati, partiti politici o addirittura Istituzioni pubbliche. Che quasi sempre agiscono per puri motivi demagogici ed elettorali, nella logica non più del Nimby (non nel mio giargino), ma del più comodo e perverso “non durante il mio mandato elettorale”.</p>



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		<title>Non c&#8217;è solo lo tsunami giapponese sul mercato energetico globale</title>
		<link>http://www.enerblog.it/lo-tsunami-giapponese-sul-mercato-energetico-globale.html</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 00:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mondo dell’energia è in  movimento, e probabilmente molto più di quanto già  non sembri. Tra le dinamiche evidenti, ci sono almeno quattro fattori di evoluzione  che vanno considerati. Tutti singolarmente importanti, che però nell&#8217;insieme, considerando le inevitabili interrelazioni,  acquistano una valenza globale dalle conseguenze imprevedibili. L’argomento è di complessità estrema, per cui qui, nello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo dell’energia è in  movimento, e probabilmente molto più di quanto già  non sembri.<br />
Tra le dinamiche evidenti, ci sono almeno <strong>quattro fattori di evoluzione  che vanno considerati</strong>. Tutti singolarmente importanti, che però nell&#8217;insieme, considerando le inevitabili interrelazioni,  acquistano una valenza globale dalle conseguenze imprevedibili.</p>
<p>L’argomento è di complessità estrema, per cui qui, nello spazio di un post, ci limitiamo solo a elencare i singoli punti.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><a rel="attachment wp-att-473" href="http://www.enerblog.it/lo-tsunami-giapponese-sul-mercato-energetico-globale.html/petrolio-7"><img class="alignright size-full wp-image-473" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px; margin-top: 4px; margin-bottom: 4px;" title="Petrolio-7" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Petrolio-7.jpg" alt="" width="240" height="209" /></a><span style="font-size: medium;"><strong>1.</strong></span></span></span> <strong>Accelerato sviluppo di Paesi con circa 3 miliardi di abitanti</strong>. È il fenomeno più evidente, destinato inevitabilmente a rivoluzionare il flusso fisico e finanziario dell’intero mercato energetico. Con effetti settoriali in parte ipotizzabili, anche se è poi impossibile prevederne l’effetto globale.<br />
Si da ad esempio per  scontato che nei prossimi 20 anni la domanda complessiva di energia aumenterà di circa il 40%, che praticamente tutta questa nuova energia sarà destinata ai Paesi oggi ancora in via di sviluppo (e soprattutto alla Cina) , che sarà soddisfatta facendo ricorso a maggiori quantitativi di petrolio e soprattutto di gas e di carbone.</p>
<p>Questo primo fattore è sicuramente destinato a rivoluzionare la struttura del sistema energetico mondiale. Ma progressivamente. Nell’immediato avranno probabilmente più rilevanza i tre punti seguenti.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>2.</strong></span></span> <strong>Evoluzione dei Paesi arabi e crisi politica del nord Africa</strong>. Il fenomeno sta portando forti sconvolgimenti sul piano economico-diplomatico, ma anche su quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici per l’Europa ed in particolare per l’Italia. Soprattutto gli eventi libici<span id="more-472"></span> stanno creando fratture insanabili tra alcuni Paesi arabi e i Paesi industrializzati, e comunque, quale che sia l’evoluzione finale, non è scontato che per qualche tempo il ruolo energetico della Libia torni ad essere lo stesso degli anni passati.<br />
Inoltre restano gli interrogativi sull’evoluzione del medio oriente (Siria, Yemen, Oman, Bahrein, Giordania), che presto o tardi avranno inevitabili ripercussioni anche in Arabia Saudita, che è tutt’ora il principale player energetico mondiale.<br />
Quanto meno c’è da attendersi turbamenti e oscillazioni sulle quotazioni del petrolio e degli altri prodotti energetici.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>3.</strong></span></span> <strong>Incertezza sul futuro delle fonti rinnovabili</strong>. Mentre si registrano progressi sul piano tecnologico e su quello dei costi, in molti (importanti) Paesi il quadro regolatorio si fa progressivamente più insicuro e tentennante, sia per gli incentivi (riduzione e modifiche unilaterali, anche per gli impianti già autorizzati ed in costruzione), sia per aspetti normativi e burocratici (tempi più lunghi per autorizzazioni e allacciamenti alla rete).<br />
Allo stato dei fatti, è prevedibile che le rinnovabili continueranno sì a svilupparsi, ma ancora tra speranze e con un po&#8217; più di incertezze. In particolare, la minore  redditività degli investimenti lascia prevedere  negative ripercussioni  dal punto di vista finanziario, cosa che &#8211; nel complesso &#8211; si tradurrà in una crescita inferiore all&#8217; atteso (e di molto, rispetto alle aspettative più ottimistiche).</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>4.</strong></span></span> <strong>Terremoto in Giappone e incidente di Fukushima</strong>. Le conseguenze sono diverse. Quella più appariscente è il ripensamento sulle scelte nucleari che molti Paesi hanno dichiarato di voler fare. Che poi questi ripensamenti si concretizzino è da vedere, tanto più che &#8211; allo stato delle cose  - gli effetti sanitari e ambientali dell’incidente nucleare sembrano essere più drammatizzati dai media che reali, quanto meno rispetto alla drammatica distruzione e ai 20.000 morti causati da terremoto e tsunami. È quindi possibile che i “ripensamenti”, messi di fronte all’evoluzione dei prezzi delle fonti fossili, si dimostrino delle mosse decise nel momento di maggiore incertezza (per tutelarsi politicamente dall’eventualità di un disastro), ma con scarsi effetti pratici.<br />
È invece certo che il terremoto giapponese avrà ripercussioni sui costi internazionali dell&#8217;energia, anche a prescindere dal discorso sul nucleare.<br />
Terremoto e tsunami hanno infatti inferto un colpo grave al sistema energetico nipponico, non solo per le 10 centrali nucleari fermate per controlli (che probabilmente verranno estesi anche ad altri impianti), ma più in generale per vasti i danni subiti dalle infrastrutture di trasporto, dalle centrali termoelettriche e dalle raffinerie.<br />
Nei prossimi mesi il sistema giapponese (il quarto mercato energetico mondiale – dopo Cina, USA e Russia &#8211; quasi interamente dipendente dalle importazioni) registrerà un forte aumento della domanda di combustibili fossili, sia per recuperare la forzata minore domanda successiva al terremoto, sia per le esigenze di ricostruzione, sia per la sostituzione dei materiali danneggiati (auto e macchinari industriali e domestici). Ne deriverà una pressione sui prezzi delle fonti fossili che potrà ovviamente aggravarsi, diventando strutturale per il futuro,   nel caso il “ripensamento” nucleare si concretizzasse, con  chiusura di impianti in esercizio e  minore costruzione di nuovi.</p>
<p>Nel giro di poche settimane <strong>il mondo dell’energia, che già da un paio di anni manifestava evidenti segni di crisi, è ulteriormente cambiato, e non in meglio</strong>. Né per le economie di Paesi sviluppati e non, né per le emissioni e la lotta al riscaldamento globale.</p>



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		<title>L&#8217;importanza dei numeri nel mondo dell&#8217;energia: 7 miliardi</title>
		<link>http://www.enerblog.it/l%e2%80%99importanza-dei-numeri-7-miliardi.html</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 01:06:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[biomasse]]></category>
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		<description><![CDATA[Sul pianeta vivono oggi 7 miliardi di persone. La settemiliardesima nascerà i primi mesi del 2012, ma, insomma, ci siamo. Dal punto di vista energetico, questo fatto pone una serie numerosa di domande tutt’altro che banali. In particolare: l’energia che siamo in grado di produrre è sufficiente per tutti? A quali condizioni? E che succede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul pianeta vivono oggi 7 miliardi di persone. La settemiliardesima nascerà i primi mesi del 2012, ma, insomma, ci siamo.<br />
Dal punto di vista energetico, questo fatto pone una serie numerosa di domande tutt’altro che banali. In particolare: <strong>l’energia che siamo in grado di produrre è sufficiente per tutti?</strong> A quali condizioni? E che succede se gli abitanti del pianeta continuano a crescere?</p>
<p><a rel="attachment wp-att-449" href="http://www.enerblog.it/l%e2%80%99importanza-dei-numeri-7-miliardi.html/fame-22"><img class="alignleft size-full wp-image-449" style="margin: 10px;" title="fame-22" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/fame-22.jpg" alt="" width="260" height="217" /></a>Nel come ci si pone di fronte a queste domande sta il succo di tutte le politiche energetiche. Non tanto a livello globale – visto che non è ancora immaginabile una politica energetica globale – ma proprio per le scelte dei singoli Paesi, tra i quali l’Italia non fa ovviamente eccezione.</p>
<p>Qui sotto i fatti, che proviamo a elencare  nel modo più neutro possibile (<em>tutti i dati sono tratti dalle ultime statistiche dell’International Energy Agency- IEA</em>).<br />
<strong><br />
<span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">1.</span></span></span></strong> Nel 2010 i consumi mondiali di energia hanno superato i  <strong>12 miliardi di tep </strong>(tonnellate equivalenti di petrolio).</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">2.</span> </span></span></strong>Si tratta di una quantità enorme di energia, corrispondente  - tanto per averne un’idea tangibile &#8211; al bruciare   23.500 tonnellate di petrolio ogni minuto. Enorme, ma  non  equamente suddivisa: <strong>circa il  4</strong><strong>5% è infatti consumata dal 18% degli abitanti il pianeta </strong>(quelli  ricchi, cioè  gli 1,2 miliardi dei Paesi industrializzati), mentre il rimanente  82% di abitanti (cioè tutti gli altri 5,8 miliardi) si dividono  il restante 55% di energia.<br />
Nel caso della forma più pregiata di energia (quella <strong>elettrica</strong>) il divario è anche maggiore, perché<span id="more-438"></span>gli 1,2 miliardi di “ricchi” ne utilizzano  il 53%. Il restante 47% di elettricità è utilizzato da circa 4,3 miliardi di persone, mentre sono ancora 1,5 miliardi quelli che non hanno mai acceso una lampadina, perché non hanno accesso all’energia elettrica.</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">3.</span> </span></span></strong>Queste <strong>le fonti di energia utilizzat</strong><strong>e per soddisfare la domanda mondiale</strong>: petrolio 33%, carbone 27%, gas 21%, legno e altre biomasse 10%, nucleare 6%, idroelettrico 2%, tutte le altre fonti rinnovabili meno di 1%.<br />
La quota del legno e delle biomasse (10%) è illuminante sul divario di energia che esiste tra i consumi di un cittadino occidentale e quello di un Paese arretrato. Quella quota infatti (che peraltro comprende anche una frazione della domanda dei Paesi occidentali) soddisfa tutti i consumi di circa 2,5 miliardi di persone, che per le proprie esigenze energetiche dipendono appunto da legno, arbusti, residui agricoli e persino letame essiccato (una forma di energia, quest’ultima, ancora significativa in alcune zone).</p>
<p>Domanda: <strong>è sostenibile questa situazione?<br />
</strong><br />
<strong>Probabilmente no</strong>, nemmeno nel caso in cui – come molti senza accorgersene si augurano –  nel mondo continuino ad esserci un miliardo di persone che muore di fame e altri due miliardi che sopravvivono in povertà estrema.<br />
<strong>Certamente no</strong>, se si vuole almeno ipotizzare che tutti gli abitanti del pianeta possano avere un minimo di vita civile, qualunque cosa si voglia intendere con questa espressione.</p>
<p>C’è infatti un <strong>ulteriore piccolo dettaglio da considerare</strong>:</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">4.</span></span></span></strong> La popolazione mondiale aumenta ogni anno di circa 90 milioni di abitanti. Il tasso è in lieve decremento, ma tutte le organizzazioni internazionali concordano che <strong>tra 20 anni saremo circa 8,5 miliardi e nel 2050 poco meno di 10 miliardi</strong>. Inoltre tutto l’incremento di popolazione sarà a carico dei Paesi in via di più o meno accelerato sviluppo, che passeranno dagli attuali 5,8 a oltre 8 miliardi di abitanti nel 2050. La popolazione dei Paesi ricchi resterà invece pressoché invariata su circa 1,3 miliardi.<br />
Cioè <strong>aumenteranno di numero solo gli abitanti dei Paesi che oggi hanno scarsi consumi pro-capite</strong>, e che invece (ahimè) vogliono anch’essi lavatrici e frigoriferi, automobili e condizionatori, che vogliono viaggiare, fare vacanze e avere più beni e proprietà.</p>
<p>Certo, sarebbe bello se tutti i cinesi continuassero ad andare solo e sempre in bicicletta. Ma non è così. <strong>I consumi di energia aumenteranno</strong>. E non di poco.<br />
Di quanto? Secondo l’IEA del 38-40% al 2030, salendo a <strong>16,8 miliardi di tep</strong>. Ma questo solo se 1 miliardo di persone continuerà a non avere accesso all’elettricità e se, nel complesso, 3 miliardi avranno consumi quasi irrisori.</p>
<p>Ci sarà energia per tutti? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo per certo è che, nella  ipotesi più plausibile, l&#8217;energia ci sarà, ma <strong>costerà molto più di oggi</strong>. E solo a condizione  che si sfruttino tutte, ma proprio tutte le risorse disponibili. Petrolio, gas e carbone soprattutto, poi le fonti rinnovabili, e infine anche il nucleare, pur con i rischi che presenta.<br />
E non basterà. La vera speranza sta infatti nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie. Che fortunatamente ci sono, molte addirittura strabilianti eppure già in fase di sviluppo e promettenti. Anche se al momento non sembrano interessare gran che la politica del nostro Paese.</p>



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		<title>Qualcosa da dire sugli incentivi alle fonti rinnovabili</title>
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		<pubDate>Tue, 22 Mar 2011 22:30:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La vicenda degli incentivi per il fotovoltaico (e più ingenerale per le nuove fonti rinnovabili) è sicuramente complessa. Tale da non poter essere semplificata eccessivamente. Tuttavia, nello spazio di un post per un blog, c’è qualcosa che va detto. E cioè che non è una cosa seria, tanto per cambiare. In Italia c’è sicuramente la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La vicenda degli incentivi per il fotovoltaico (e più ingenerale per le nuove fonti rinnovabili) è sicuramente complessa. Tale da non poter essere semplificata eccessivamente. Tuttavia, nello spazio di un post per un blog, c’è qualcosa che va detto. E cioè che <strong>non è una cosa seria</strong>, tanto per cambiare.</p>
<p><strong>In Italia c’è sicuramente la necessità di sviluppare la produzione di energia da fonti rinnovabili</strong>, anche se sarebbe meglio dire – come fa Obama in America &#8211; “<strong>energia pulita</strong>”, cioè a basso impatto ambientale e senza emissioni di CO2.<a rel="attachment wp-att-430" href="http://www.enerblog.it/qualcosa-da-dire-sugli-incentivi-alle-fonti-rinnovabili.html/sovvenzioni_fv-2"><img class="alignleft size-full wp-image-430" style="margin: 10px 6px;" title="sovvenzioni_FV" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/03/sovvenzioni_FV.jpg" alt="" width="250" height="231" /></a><br />
Le opzioni possibili sono parecchie, anche senza considerare tecnologie ancora sperimentali o di nicchia. Certamente l’<strong>eolico</strong> e il <strong>solare</strong>, ma anche il <strong>geotermico</strong>, il <strong>mini-idraulico</strong>, le <strong>bioenergie</strong> nelle varie forme (biocarburanti, biogas, combustibili solidi). E poi c’è la grande risorsa rappresentata dall’<strong>efficienza energetica</strong>, che detto così sembra una cosa sola, ma che in realtà racchiude decine di tecnologie diverse. </p>
<p>In teoria tutte queste fonti di energia dovrebbero essere incentivate. In pratica le uniche che lo sono state davvero sono l’eolico e soprattutto e il solare fotovoltaico. Lo sono state al punto che oggi tutti gli operatori del settore, quelli che finora ne hanno largamente beneficiato, si dichiarano d’accordo sul fatto che il sistema di incentivi vada rivisto. Nel senso di ridotto, ma non troppo.</p>
<p>Noi invece <strong>ci chiediamo se l’obiettivo di fondo sia finanziare l’eolico e il fotovoltaico oppure produrre energia pulita</strong>. Perché, se lo scopo fosse quest’ultimo, allora logica vorrebbe che si valuti come farlo nel modo migliore, cioè con il maggior rendimento energetico, con i costi minori e possibilmente anche con i maggiori benefici per il sistema industriale italiano.</p>
<p>La prima osservazione al riguardo è che, <strong>finanziando eolico e fotovoltaico, si è scelto di ignorare l’aspetto economico</strong>, sia perché sono le fonti più costose, sia perché sono quelle con <span id="more-429"></span>minore impatto sul nostro sistema produttivo (in Italia non si producono né pale eoliche, né pannelli fotovoltaici, che sono tutti importati).<br />
Geotermia, mini-idraulica e biomasse sono invece fonti che prevedono tecnologie nazionali e che – a determinate condizioni – sono già competitive, oltre al fatto che producono energia 24 ore al giorno, non solo quando c’è il sole e quando tira vento. Però, per qualche oscura ragione, sono incentivate solo a parole.</p>
<p>Tanto per fare un esempio, <strong>le pompe di calore geotermiche</strong> da noi non è che si contino proprio sulle dita di una mano, ma quasi, in rapporto alla grandezza del Paese. Le stesse pompe di calore geotermiche si contano invece a centinaia di migliaia nei Paesi nord europei, che dal punto di vista della risorsa sono anche meno dotati di noi (solo in Svezia – un Paese con meno di 10 milioni di abitanti &#8211; sono in servizio circa 300.000 pompe di calore geotermiche).</p>
<p>E non parliamo del <strong>solare termico</strong>. Una risorsa di cui l’Italia è certamente ricca e che potrebbe essere sviluppata tutta con tecnologie nazionali.<br />
<strong>Al riguardo è bene ricordare due cose</strong>. <strong>La prima</strong>, che – in Italia come altrove &#8211; i maggiori consumi di energia non sono destinati alla produzione di elettricità, ma di calore. <strong>La seconda</strong> è che gli impegni di riduzione delle emissioni di CO2 non sono in relazione al kW elettrico prodotto, ma più semplicemente all’energia prodotta. E siccome gran parte dell’elettricità è prodotta a partire dal calore (acqua bollente), se una quota di questo calore fosse prodotto con il sole si avrebbe un doppio beneficio, in termini economici e di rendimento energetico. In altre parole: ogni euro investito per ridurre i combustibili bruciati per produrre calore, rende enormemente di più (in termini economici e di riduzione delle emissioni) dello stesso euro investito per ridurre le emissioni del kWh elettrico ad esempio tramite l’eolico o il fotovoltaico.</p>
<p>Infine <strong>andrebbe fatto un discorso a sé per le biomasse</strong> (e in parte anche per il mini-idro), che potrebbero essere l’occasione non solo per produrre energia e creare migliaia di posti di lavoro nelle zone meno sviluppate (campagna, collina e montagna), ma anche per mettere mano al dissesto idrogeologico, che non solo produce distruzione e dolore, ma ci costa anche svariati miliarducci di euro l’anno.</p>
<p>Ricordiamo che <strong>gli incentivi per le nuove fonti rinnovabili </strong>(praticamente solo eolico e, soprattutto, fotovoltaico) <strong>costano 2,8 miliardi l’anno</strong> (<em>dato 2010</em>), che pagano tutti i cittadini nelle bollette elettriche.</p>
<p>Relativamente al solo fotovoltaico, <strong>secondo l’Autorità per l’energia </strong>(<em>comunicato stampa del 7 febbraio 2011</em>) entro il prossimo giugno in Italia «potrebbero esserci 180.000 impianti fotovoltaici per una potenza complessiva di 6.500 MW, una producibilità di 8 miliardi di kWh e un conseguente <strong>costo per il sistema elettrico prossimo ai 3 miliardi di euro l’anno</strong>».<br />
L’Autorità in questo caso non ricorda – anche perché l’ha fatto una miriade di altre volte – che questi 3 miliardi di euro l’anno di incentivi al fotovoltaico vanno moltiplicati per 20 anni.</p>
<p>Da parte nostra ci limitiamo a sottolineare che se questi 6.500 MW invece che fotovoltaici fossero stati in solare termico equivalente, i costi sarebbero stati enormemente minori e i benefici in termini energetici e di emissioni enormemente maggiori. Tralasciando il fatto che <strong>6.500 MW nucleari </strong>(che restano in servizio 50 anni, contro i 25 del fotovoltaico) di kWh elettrici non ne producono ogni anno 8 miliardi, ma oltre 50 miliardi.</p>



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		<title>Raggiungeremo l&#8217;obiettivo di coprire con le rinnovabili il 17% della domanda di energia al 2020?</title>
		<link>http://www.enerblog.it/raggiungeremo-lobiettivo-di-coprire-con-le-rinnovabili-il-17-della-domanda-di-energia-al-2020.html</link>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 17:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[competitività]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sembra interessante la risposta che, alla domanda del titolo, ha fornito Corrado Clini (Direttore generale Sviluppo sostenibile, clima ed energia del Ministero dell&#8217;Ambienteì &#8211; nella foto) in una intervista pubblicata dal mensile Espansione (maggio 2010, pag. 25). La pubblichiamo integralmente, precisando che si tratta solo di una parte della più ampia intervista. D.  Nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sembra interessante la risposta che, alla domanda del titolo, ha fornito <strong>Corrado Clini</strong> (Direttore generale Sviluppo sostenibile, clima ed energia del Ministero dell&#8217;Ambienteì &#8211; <em>nella foto</em>) in una intervista pubblicata dal mensile <em>Espansione</em> (maggio 2010, pag. 25).<br />
La pubblichiamo integralmente, precisando che si tratta solo di una parte della più ampia intervista.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/Clini_corrado-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-379" style="margin: 5px 10px;" title="Clini_corrado-3" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/Clini_corrado-3.jpg" alt="" width="300" height="320" /></a><br />
<strong><span style="color: #0000ff;">D.</span></strong>  <strong>Nel 2020 l&#8217;Italia dovrà coprire il 17% dei consumi totali di energia (elettrica, termica e trasporti) con fonti rinovabili. È fattibile?</strong></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>R.</strong></span>  «Credo che non andremo oltre il 12-14%. La causa qui è politica, o meglio di un difetto della politica italiana non certo nuovo: quello di definire e farsi carico di obiettivi più sulla base di motivazioni politico-etiche, che non sull&#8217;analisi puntuale della realtà, di quanto certi target siano poi concretamente realizzabili, con quali risorse e quale tempistica.<br />
Le aspirazioni, quando si assumono impegni, non bastano.<br />
Altro aspetto negativo è non aver investito in ricerca per sviluppare un&#8217;industria nazionale innovativa nel settore delle tecnologie sostenibili. Oggi siamo un grande centro di montaggio, con l&#8217;85% delle tecnologie installate tutte di importazione. Abbiamo concentrato gli sforzi a valle, privilegiando gli incentivi ai consumatori finali.  Altri Paesi hanno affrontato invece il problema a monte. Come la Corea, che ha dato la pecedenza agli investimenti alla ricerca e all&#8217;industria.<br />
L&#8217;Italia non ha molte alternative e deve decidere in fretta: o si assume gli oneri delle sanzioni per non aver rispettato gli impegni o diventa competitiva investendo in nuove tecnologie, utilizzando per sostenere le imprese le risorse che si libereranno dai tagli giàannunciati agli incentivi».</p>



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		<title>L&#8217;Italia per quasi un decennio non avrà bisogno di nuove centrali. Perchè, allora, dobbiamo costruirle oggi?</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 23:15:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
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		<description><![CDATA[A fine 2008 (ultimi dati ufficiali disponibili da Terna) la potenza elettrica efficiente netta installata in Italia era di 98.625 MW (102.336 MW lordi). Ovviamente, non tutta questa potenza è sempre disponibile, sia perché gli impianti possono avere guasti e in ogni caso vanno periodicamente fermati per manutenzione, sia perché la produzione delle rinnovabili (in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A fine 2008 (ultimi dati ufficiali disponibili da Terna) la<strong> potenza elettrica efficiente netta installata in Italia era di 98.625 MW (102.336 MW lordi)</strong>.<br />
Ovviamente, non tutta questa potenza è sempre disponibile, sia perché gli impianti possono avere guasti e in ogni caso vanno periodicamente fermati per manutenzione, sia perché la produzione delle rinnovabili (in particolare acqua e vento) è legata alla disponibilità della risorsa, sia per altri motivi tecnici ed anche economici.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/termo_PortoCorsini-411.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-367" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="termo_PortoCorsini-411" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/termo_PortoCorsini-411.jpg" alt="" width="290" height="245" /></a>Ma comunque è un dato di fatto che <strong>in Italia c&#8217;è abbondanza di potenza elettrica rispetto alle esigenze della domanda</strong>. Che nella sua punta massima (ore 12 del 26 giugno) nel 2008 ha impegnato <strong>55.292 MW </strong>(la massima storica, nel giugno 2007, è stata di 56.822 MW).</p>
<p>Peraltro va anche detto che, oltre alla potenza nazionale, <strong>resta disponibile la risorsa dell’importazione, cui nel 2008 abbiamo attinto per l’equivalente di oltre l’11% della domanda complessiva </strong>(da sottolineare che importiamo elettricità non per bisogno, ma esclusivamente per ragioni economiche, poiché l’energia importata ci costa meno di quella che produciamo, pur considerando che chi ce la vende non lo fa a prezzo di costo, ma guadagnandoci sopra).<br />
Infine si aggiunga che <strong>nel 2009 la domanda elettrica è diminuita di circa il 7% rispetto al 2008, mentre la potenza installata continua ad aumentare</strong>.<br />
Nel 2009 sono infatti entrati in servizio non meno di 2.830 nuovi MW (1.400 MW termoelettrici a gas, 620 MW eolici, 170 MW da biomasse, 40 MW geotermici, oltre 600 MW fotovoltaici).</p>
<p>In questa situazione, considerato che gran parte del parco termoelettrico è costretto a funzionare a potenza ridotta o per un numero limitato di ore, <strong>perché dovremmo continuare a costruire nuove centrali? </strong>Tecnicamente, infatti, non ne avremmo bisogno per svariati anni, tanto più che<span id="more-366"></span> nell’attuale contesto economico, ci vorranno non meno di 3 anni prima di tornare ai livelli di domanda del 2007-2008.</p>
<p>Ovviamente <strong>non abbiamo necessità di nuova potenza per risparmiare</strong>, perché nessun impianto da costruire, di nessun tipo, potrà mai produrre a costi inferiori degli impianti che già esistono. Allora perché?</p>
<p><strong>Per due motivi, il primo dei quali </strong><strong>è legato alle esigenze ambientali </strong>e agli impegni di riduzione delle emissioni che abbiamo assunto a livello internazionale.<br />
È il motivo per cui vengono incentivati e si costruiscono impianti rinnovabili. Questi impianti, secondo i canoni classici delle dottrine economiche, dovrebbero essere considerati una assurdità nell’attuale situazione di abbondanza di potenza disponibile, perché producono energia della qualità più bassa al prezzo più alto, e in alcuni di casi di moltissimo. Tuttavia l’economia classica non considera le nuove esigenze ambientali, che invece oggi non possono essere eluse. <strong>Quindi le rinnovabili sono una necessità</strong>. Magari occorrerebbe evitare di sprecare soldi e cercare di sviluppare le fonti e le tecnologie rinnovabili più efficienti e/o meno costose o almeno che abbiano i maggiori ritorni positivi per il sistema Paese. Ma questo è un altro discorso. Nel complesso si tratta di una opzione cui non possiamo rinunciare e che però trova un suo <strong>limite negli aspetti economici da un lato </strong>(che possono essere sacrificati solo fino a un certo punto) <strong>e in quelli tecnici dall’altro</strong> (che invece sono vincolanti). E infatti, pur con tutti gli sforzi e gli incentivi messi in campo, non riusciremo a sviluppare le rinnovabili nemmeno per raggiungere gli obiettivi al 2020 che abbiamo sottoscritto.</p>
<p><strong>Il secondo motivo per cui dobbiamo realizzare nuove centrali è che l’attuale situazione di abbondanza di capacità elettrica non durerà per sempre</strong>.<br />
Il parco di generazione italiano è complessivamente abbastanza giovane ed efficiente. Ma comunque nei prossimi 10-15 anni ci sarà un notevole numero di centrali che dovrà essere sostituito per obsolescenza: si tenga presente che in Italia sono in servizio 651 impianti termoelettrici per circa 70.400 MW (senza considerare 469 impianti termoelettrici di autoproduttori e tutti gli impianti rinnovabili – <em>dati gennaio 2009</em>). <strong>Inoltre la domanda di elettricità è comunque destinata a crescere</strong>, seppur in modo rallentato rispetto alle previsioni di qualche anno fa. Tanto più che (anche per esigenze ambientali) molti usi termici tenderanno ad essere sostituiti con usi elettrici. Stiamo parlando di <strong>almeno 30.000 MW da sostituire entro il 2025</strong>.</p>
<p>Il problema che si pone è dunque: <strong>con quali tecnologie sostituiremo questa potenza? </strong>Che per giunta è in gran parte di base, cioè tecnicamente non sostituibile con fonti rinnovabili, perchè deve restare in servizio anche di notte e quando non c&#8217;è vento o il cielo è nero di nuvole. Con il carbone? Ancora con il gas? O con il nucleare?</p>



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		<title>Le rinnovabili? Costose e poco incisive. Parola di Scaroni</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 00:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[solare]]></category>

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		<description><![CDATA[Riportiamo una brevissima sintesi dell&#8217;intervento tenuto dall&#8217;Amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni,  alla World Economic Outlook Conference, organizzato a Roma da IHS Global Insight. Il testo è tratto dall&#8217;agenzia specializzata Quotidiano Energia. Le fonti rinnovabili, ha affermato Scaroni «hanno ancora bisogno di massicci investimenti in ricerca e sviluppo e di avanzamenti tecnologici per diventare davvero competitive con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riportiamo una brevissima sintesi dell&#8217;intervento tenuto dall&#8217;Amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni,  alla <em><a href="http://guest.cvent.com/EVENTS/Info/Summary.aspx?e=5a300120-b18e-48d9-bf67-1787b02a7d4f" target="_blank">World Economic Outlook Conference</a></em>, organizzato a Roma da IHS Global Insight. Il testo è tratto dall&#8217;agenzia specializzata <a href="http://www.quotidianoenergia.it/" target="_blank">Quotidiano Energia</a>.</p>
<p><a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/04/Paolo_Scaroni.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-362" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px; margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Paolo_Scaroni" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/04/Paolo_Scaroni.jpg" alt="" width="250" height="279" /></a><strong>Le fonti rinnovabili</strong>, ha affermato Scaroni «hanno ancora bisogno di massicci investimenti in ricerca e sviluppo e di avanzamenti tecnologici per diventare davvero competitive con i combustibili fossili. La crisi economica ha accentuato ancora di più questa tendenza, il calo dei prezzi dell’energia tradizionale ha causato una forte riduzione degli investimenti nelle rinnovabili».<br />
<strong><br />
Particolarmente oneroso, secondo l’A.D. di Eni è il solare</strong>: «1 kWh ottenuto con l’energia fotovoltaica costa sei volte rispetto a 1 kWh ottenuto con il gas». Ci sono poi anche problemi di spazio: «anche se tutta l’Italia fosse ricoperta di pannelli solari e la popolazione venisse trasferita su navi &#8211; ha dichiarato -avremmo comunque a disposizione 1/4 dell’energia necessaria».</p>
<p>Allo stato attuale delle tecnologie per Scaroni «<strong>il futuro del solare è ancora nella piccola quantità</strong>».<br />
<strong>Più competitivo invece l’eolico, anche se i problemi non mancano</strong>: «dove c’è molto vento non abita nessuno e quindi l’energia prodotta andrebbe comunque trasportata con un aumento dei costi». Senza dimenticare il nodo intermittenza della generazione eolica.</p>
<p>In sostanza, ha concluso Scaroni «<strong>le rinnovabili vanno bene se costituiscono una piccola parte del totale</strong>». Se invece la percentuale aumentasse, «ne risentirebbe la bolletta dei consumatori e si complicherebbe l’equilibrio del sistema».</p>



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		<title>Investimenti in rinnovabili e nucleare in Spagna</title>
		<link>http://www.enerblog.it/investimenti-in-rinnovabili-e-nucleare-in-spagna.html</link>
		<comments>http://www.enerblog.it/investimenti-in-rinnovabili-e-nucleare-in-spagna.html#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 21:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[politica energetica]]></category>
		<category><![CDATA[rinnovabili]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>

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		<description><![CDATA[È interessante lo studio Prospectiva y Planificación Estratégica: Pilares de una política energética racional che analizza la situazione energetica spagnola – con riferimento al settore elettrico &#8211;  e i relativi piani di sviluppo governativo al 2020. Lo studio è stato commissionato dalla Fundación Ciudadanía y Valores (una associazione indipendente ben nota in Spagna, costituita prevalentemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È interessante lo studio <a href="http://www.funciva.org/uploads/ficheros_documentos/1269445551_informe_energia_funciva.pdf">Prospectiva y Planificación Estratégica: Pilares de una política energética racional</a> che analizza <strong>la situazione energetica spagnola – con riferimento al settore elettrico &#8211;  e i relativi piani di sviluppo governativo al 2020</strong>.<br />
Lo studio è stato commissionato dalla Fundación Ciudadanía y Valores (una associazione indipendente ben nota in Spagna, costituita prevalentemente da accademici universitari) a tre tra i massimi esperti energetici spagnoli (tra cui Pedro Mielgo, ex direttore di REE, la società che gestisce la rete elettrica nazionale) e poi sottoposto a verifica presso una vasta platea di tecnici di varie competenze. <a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/Eolico_Espagna-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-356" style="margin: 5px 10px;" title="Eolico_Espagna-2" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/Eolico_Espagna-2.jpg" alt="" width="290" height="267" /></a></p>
<p><strong>La Spagna ha un mix di generazione elettrico molto diverso da quello italiano</strong>: rispetto a noi usano metà gas, doppio carbone, circa il 50% in più di rinnovabili e, inoltre, hanno il 18% di generazione nucleare. Come noi, però, hanno una <strong>fortissima dipendenza dalle importazioni, circa l&#8217;80%</strong>, poco meno del nostro 85% (contro una media europea del 50%).</p>
<p>In questa situazione, lo studio sopra citato calcola che &#8211; per soddisfare la crescente domanda elettrica, renderla più competitiva e ridurre le importazioni &#8211; <strong>gli investimenti previsti dal Governo di Madrid ammonteranno a circa 100 miliardi di euro al 2020</strong>. In gran parte dedicati alle rinnovabili, con l’obiettivo di portare il loro contributo dall’attuale 25% al 42%. Questo perché gli impegni comunitari impongono alla Spagna di <strong>ridurre le emissioni di CO2 del 10% rispetto a quelle del 2005</strong> (per l’Italia l’impegno è maggiore: del 17%).</p>
<p>Secondo gli esperti spagnoli, <strong>il grosso sforzo sulle rinnovabili non cambierà molto la situazione</strong>: nucleare, carbone e gas rimarranno fondamentali per coprire tanto il fabbisogno di base, quanto i picchi di domanda elettrica. Le rinnovabili al 42% svolgeranno un ruolo sicuramente molto importante, ma comunque subordinato alle altre fonti. Per diventare davvero determinanti dovranno migliorare parecchio l&#8217;efficienza e la competitività, puntando allo sviluppo di tecnologie innovative.<br />
<strong>In compenso, però, i costi </strong>(sovvenzioni)<strong> saliranno dai 5 miliardi di euro del 2009 a 19,5 miliardi di euro nel 2020</strong>.</p>
<p>Il punto – osserva il rapporto – è che, in termini di riduzione delle emissioni di CO2, <strong>esattamente lo stesso risultato potrebbe essere raggiunto sostituendo una quota delle rinnovabili con 2 nuove centrali nucleari e mantenendo in servizio quella di Garona</strong> (che il Governo centrale ha deciso di chiudere per limiti di età, tra la forte opposizione delle Amministrazioni locali, che vorrebbero mantenerla in servizio per altri 10-20 anni, cosa possibilissima da un punto di vista tecnico).<br />
Il risultato finale sarebbe lo stesso, tranne un piccolo particolare: <strong>la soluzione nucleare farebbe infatti scendere l’ammontare degli investimenti totali a 60 miliardi</strong>, con un risparmio secco di 40 miliardi di euro nei prossimi dieci anni.</p>



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		<title>Sicuri che non si possano spendere meglio i soldi che stiamo buttando nel fotovoltaico?</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 17:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ È ormai ufficialmente assodato che l’Italia non riuscirà a rispettare autonomamente gli obiettivi previsti dal “pacchetto clima-energia” della UE per il nostro Paese, cioè coprire con fonti rinnovabili il 17% del consumo lordo di energia al 2020. Per rispettare questo impegno, secondo il recente documento previsionale del Ministero dello Sviluppo Economico, pur considerando il prevedibile sviluppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> È ormai ufficialmente assodato che l’Italia non riuscirà a rispettare autonomamente gli obiettivi previsti dal “pacchetto clima-energia” della UE per il nostro Paese, cioè <strong>coprire con fonti rinnovabili il 17% del consumo lordo di energia al 2020</strong>.<br />
Per rispettare questo impegno, secondo il recente <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/allegatodoc_prev2.pdf">documento previsionale</a> del Ministero dello Sviluppo Economico, pur considerando il prevedibile sviluppo delle rinnovabili in Italia, <strong>a fine periodo dovremo importare circa 14 TWh (miliardi di kWh) di energia verde </strong>prodotta in altri Paesi (per un confronto, si tratta di quasi il 5% dei consumi elettrici 2009).<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/sovvenzioni_FV.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-341" style="margin: 5px 10px;" title="sovvenzioni_FV" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/sovvenzioni_FV.jpg" alt="" width="250" height="231" /></a><strong>Inoltre</strong> l’Italia dovrà importare biocombustibili prodotti all’estero (o prodotti in Italia con biomassa proveniente dall’estero) per circa <strong>2,9 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l’anno</strong>.</p>
<p>La situazione è modificabile agendo sulle due voci. È possibile aumentare l’import di elettricità verde e ridurre quello di biomasse, o aumentare l’import di biomasse e ridurre quello di elettricità. Ma, in ogni caso, <strong>per la nostra bilancia dei pagamenti non c’è da stare allegri</strong>, perché per entrambe le voci si tratta dell’energia più cara che ci sia.<br />
In particolare le importazioni elettriche peseranno significativamente, sia in termini economici, sia di sicurezza energetica. Già oggi, infatti, <strong>l’Italia è il Paese al mondo che più ricorre alle importazioni di elettricità</strong>, per circa il 14% dei consumi elettrici lordi l’anno. Lo facciamo per esigenze economiche, poiché importiamo energia nucleare ad un costo che è inferiore a quello dell’energia che possiamo produrre noi con il gas. Ma con le nuove importazioni “verdi” si arriverà al 20%, che è una percentuale altissima, a meno che non si vogliano ridurre le importazioni da nucleare per sostituirle con quelle molto più costose da fonti rinnovabili.</p>
<p>C’è da chiedersi se, a fronte di questo quadro, <strong>la nostra politica energetica sia adeguata alle esigenze. E la risposta è: certamente no</strong>. Si è fatto pochissimo sul fronte delle rinnovabili, e per giunta – a nostro avviso – si è anche fatto male. È totalmente mancata una <span id="more-339"></span>politica industriale di settore, e anche ora, che sembra si vogliano percorrere i primi passi (ad esempio nella geotermia) ci si sta muovendo con titubanza e senza una visione d’insieme.</p>
<p>Particolarmente grave ci sembra il <strong>dispendio di risorse che si stanno dilapidando sul fotovoltaico</strong>. Cifre che a leggerle sono talmente impressionanti da sembrare inverosimili.</p>
<p>Secondo l’Autorità per l’energia <strong>i primi 1.200 MW fotovoltaici installati in Italia costeranno ai cittadini 20 miliardi di euro nei prossimi 20 anni, oltre al costo di installazione (altri 6 miliardi circa)</strong>.<br />
Per il futuro, la relazione tecnica che illustra il nuovo decreto MSE – Ministero ambiente, che fissa le nuove tariffe incentivanti per il fotovoltaico negli anni  2011-2013, riferisce che <strong>i previsti 3.350 MW da incentivare nel triennio peseranno sulle bollette elettriche di tutti gli italiani per circa 25 miliardi nei 20 anni successivi</strong> (cui, anche in questo caso, vanno aggiunti gli <strong>investimenti di installazione, pari a circa 16 miliardi</strong>). Tutti soldi da sommare a quelli dei primi 1.200 MW sopra citati.</p>
<p><strong>E per ottenere cosa? </strong>Nella stessa relazione illustrativa il Ministero dello Sviluppo Economico ipotizza che gli impianti fotovoltaici producano energia per l’equivalente di 1.200 ore l’anno di potenza di picco. Ciò vuol dire che <strong>i 4.450 MW fotovoltaici (1.200 + 3.350) produrranno ogni anno circa 5,3 miliardi di kWh</strong>.<br />
Quindi 66 miliardi di euro in 20 anni, cioè 45 miliardi spalmati sulle bollette per 20 anni, più 21 miliardi di installazione, per avere <strong>una produzione annua di energia pari a quella che una centrale nucleare da 1.600 MW produce in meno di 5 mesi</strong>. Per un confronto, il costo della centrale nucleare nei 20 anni sarebbe di circa 14 miliardi, cioè 5 miliardi di investimento iniziale (ad essere pessimisti), più altri 9 miliardi per il combustibile, con una <strong>produzione elettrica che è però più che doppia rispetto ai 4.450 MW fotovoltaici</strong>.</p>
<p>Produrre energia rinnovabile è necessario. Ma <strong>una cosa è investire denaro, altro è buttarlo</strong>.</p>
<p>Occorre fermare il prima possibile lo spreco che si sta facendo con il fotovoltaico e <strong>destinare le stesse risorse alle tecnologie rinnovabili già disponibili che consentono di ottenere risultati molto più efficaci con minore spesa</strong>. Cioè praticamente tutte le altre fonti: eolico, mini-idro, geotermico, solare termico, biomasse, efficienza eccetera.</p>
<p>In particolare ci sono <strong>due azioni che ci permettiamo di consigliare</strong>.</p>
<p>La prima è relativa alla <strong>valorizzazione del kWh termico</strong>. Non si sa bene per quale motivo, ma parlando di rinnovabili si parla esclusivamente di produzione di energia elettrica. Tuttavia, <strong>ai fini degli obiettivi comunitari, produrre kWh elettrici o kWh termici è la stessa cosa. Solo che un kWh termico è molto più semplice da ottenere e a costi molto inferiori</strong>, sia in ambito domestico (in sostituzione totale o parziale del gas e dell’energia elettrica per la climatizzazione e la produzione di acqua calda) sia in quello industriale (in sostituzione totale o parziale di ogni tipo di combustibile per il calore di processo). E le tecnologie disponibili sono più mature e più differenziate.</p>
<p><strong>La seconda azione, fondamentale, è sulla ricerca</strong>. Sulla quale abbiamo un grande ritardo da recuperare, ma anche nuove opportunità che potremmo sfruttare, se si uscisse dalla logica secondo cui “fonti rinnovabili” sono solo l’eolico e il fotovoltaico.<br />
Ovunque nel mondo si stanno effettuando ricerche su tecnologie molto innovative (produzione di biocarburanti direttamente da fotosintesi, biocarburanti tramite nuovi enzimi, biomasse da microalghe, materiali per fotovoltaico innovativo, per citare solo quattro esempi promettenti). <strong>In Italia esiste un importante patrimonio di conoscenze che nessuno sembra interessato a valorizzare</strong>. È evidente che farlo solleciterebbe interessi molto minori di quanto non facciano i sontuosi incentivi concessi al fotovoltaico. Ma sarebbe davvero il caso di cominciare.</p>



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