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	<title>EnerBlog &#187; informazione</title>
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	<description>Energia, ambiente, sviluppo sostenibile</description>
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		<title>L’informazione sugli OGM cui ci opponiamo e quelli che, tranquillamente, mangiamo</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 01:54:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione e comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<description><![CDATA[Dunque la Commissione Europea ha deciso di varcare il Rubicone e ha autorizzato la coltivazione di una patata geneticamente modificata. In linea di massima guardiamo con un certo distacco il dibattito sull’opportunità di consentire la commercializzazione di piante OGM, come pure (perché si discute anche di questo) di mettere limiti, su basi etiche, alla ricerca sugli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque la Commissione Europea ha deciso di varcare il Rubicone e ha autorizzato la <strong>coltivazione di una patata geneticamente modificata</strong>.<br />
In linea di massima guardiamo con un certo distacco il dibattito sull’opportunità di consentire la commercializzazione di piante OGM, come pure (perché si discute anche di questo) di mettere limiti, su basi etiche, alla ricerca sugli OGM.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/fame__OGM.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-332" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="fame_&amp;_OGM" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/fame__OGM.jpg" alt="" width="280" height="259" /></a>Ci ricorda un po’ la<strong> situazione a cavallo del XVI e XVII secolo</strong>, quando i contadini si opponevano alla diffusione di strane piante come il mais e la patata (in contrapposizione ai proprietari terrieri, favorevoli, perché si trattava di colture a più alto rendimento), finché le periodiche guerre e carestie non consigliarono di cambiare idea.<br />
O anche &#8211; per fare un esempio di tipo “etico” &#8211; ci ricorda Ugo La Malfa che, nel 1972, si opponeva all’introduzione della TV a colori in Italia, perché riteneva che avrebbe favorito il consumismo e la corruzione dei costumi.</p>
<p>Insomma, crediamo che, <strong>alla fin fine, i fatti avranno come sempre ragione sulle chiacchiere</strong>.<br />
E nel caso degli OGM, comprendiamo benissimo che gli italiani (che in grande maggioranza non hanno il problema di coltivare quello che mangiano) auspichino che nel loro futuro le cose vadano come sono andate nel loro passato. Cosa che purtroppo, però, nella storia non è mai accaduto a lungo.<br />
<strong><br />
Tuttavia temiamo che i contadini africani </strong>e di molti Paesi asiatici e dell’America Centro meridionale, che devono coltivarsi il cibo con un clima e con un terreno ben peggiori di quelli europei, <strong>la vedano diversamente</strong>.<br />
Tanto più se si considera che <strong>c’è ancora più di un miliardo di persone che non ha cibo a sufficienza</strong>, in un mondo dove la terra coltivabile è sempre la stessa, ma non la popolazione, che <span id="more-331"></span>negli ultimi 50 anni è più che raddoppiata e nei prossimi 50 anni passerà dagli attuali 6,7 miliardi a 9-10 miliardi (non a caso, una volta tanto, anche il Vaticano ha plaudito alla decisione della Commissione UE).</p>
<p>Ci conforta in questa convinzione &#8211; che le chiacchiere portino al massimo ritardi, ma che le esigenze trovino poi una soluzione nei fatti &#8211; la consapevolezza che <strong>negli ultimi 70 anni sono già state prodotte più di 2.200 varietà agricole mutanti</strong> (grano, riso, girasoli, orzo, piselli, cotone, fagioli, patate, melanzane, ciliegie, mele, pere, pesche, albicocche, banane eccetera eccetera) senza che ci siano stati particolari problemi o opposizioni né da parte di ambientalisti, né tanto meno di consumatori.<br />
Tanto per fare qualche esempio, <strong>il pompelmo rosa non esiste in natura</strong>, è stato prodotto modificandone il genoma con irraggiamento di neutroni lenti. <strong>Quasi tutta la birra prodotta in Europa proviene da orzo mutante</strong>. E praticamente tutto il pane e la pasta che abbiamo mangiato negli ultimi 20 anni sono stati prodotti da varietà di grano modificate.</p>
<p>Ci riferiamo a <strong>varietà modificate con irraggiamento nucleare</strong>, che tecnicamente (cioè da un punto di vista legale) non sono OGM, ma sono comunque sostanze il cui genoma è stato modificato dall’uomo.<br />
Modificato, tra l’altro, con una metodologia piuttosto grossolana (l’irraggiamento è un po’ uno sparare a caso finché non si ottengono le mutazioni genetiche desiderate) e molto meno raffinata e precisa di quella utilizzata nei moderni laboratori per produrre organismi transgenici.</p>
<p>Quello che invece <strong>ci preoccupa davvero è l’informazione che circola su queste cose</strong>. E che, nel caso degli OGM, non è molto diversa da quella più generale sulle innovazioni tecnologiche.<br />
<strong>Dov’è il problema?<br />
</strong>Il problema è che <strong>quando si tratta di argomenti tecnico-scientifici molto complessi</strong> – come gli OGM, il nucleare, la politica energetica, gli impatti ambientali, la realizzazione di infrastrutture, la ricerca scientifica e molto altro &#8211; <strong>l’informazione non fa informazione. Vende consenso</strong>.</p>
<p>Pochi minuti fa abbiamo visto un dibattito in TV sulla vicenda della patata OGM approvata dalla UE. E ovviamente c’era in studio un “esperto” per chiarire il problema. Umberto Veronesi? Charles Davenport? Marcello Buiatti? Qualche altro noto genetista pro o contro gli OGM? Magari un autorevole economista per chiarire un poco gli aspetti economici connessi? No, l’esperto chiamato in studio a spiegare la cosa era una giovane militante di Greenpeace, autorevole solo perché di Greenpeace.<br />
Che <strong>è un po&#8217; come quando si parla di energia nucleare, e a discettarne si chiama un qualsiasi ambientalista</strong>, il quale si accalora per affermare che l’uranio sta per finire, che le centrali emettono pericolosissime radiazioni, che magari invece del costosissimo nucleare si potrebbe ricorrere alle centrali a osmosi o addirittura alla fusione fredda. E  che, soprattutto, non perde occasione per ribadire che non si deve credere ai soliti esperti (quelli veri) perché – come tutti sanno – sono prevenuti, di parte e probabilmente venduti all’industria.</p>



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		<title>Perché è proprio questo il momento per investire nel nucleare</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 12:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Con il gran parlare che si fa di nucleare si e nucleare no, di fonti rinnovabili che ovunque si stanno sviluppando a ritmi forsennati tranne che in Italia, di risparmio e di efficienza che sarebbero la nostra più importante fonte di energia se solo volessimo, se solo ci impegnassimo ……a noi sembra proprio che per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con il gran parlare che si fa di nucleare si e nucleare no, di fonti rinnovabili che ovunque si stanno sviluppando a ritmi forsennati tranne che in Italia, di risparmio e di efficienza che sarebbero la nostra più importante fonte <a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Italia_Pizzamandolino1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-283" style="margin: 5px 10px;" title="Italia_Pizza&amp;mandolino" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Italia_Pizzamandolino1.jpg" alt="" width="268" height="287" /></a>di energia se solo volessimo, se solo ci impegnassimo ……a noi sembra proprio che <strong>per il cittadino italiano sia impossibile percepire il senso delle cose, relativamente all’energia</strong>.<br />
Anche ammesso che abbia voglia di informarsi e di diventare un cittadino più consapevole, infatti, <strong>non ha strumenti per farlo</strong>. Meglio: non gli vengono offerti strumenti per farlo.</p>
<p>Il vero problema è che l’informazione – tutti i quotidiani, senza eccezioni e senza differenza di orientamenti politici, e soprattutto la fondamentale informazione televisiva &#8211;  parlando di energia (quando lo fanno) si danno all’orgia del populismo. Sparano <strong>notiziole irrilevanti come fossero conquiste della tecnica e dello</strong> <strong>sviluppo, purché facciano sognare</strong>: le celle fotovoltaiche ai lamponi, l’economia di domani che va ad idrogeno, la centrale solare nello spazio, i batteri che mangiano rifiuti e defecano petrolio, il politico che promette (ai disoccupati di oggi) posti di lavori grazie ad un prossimo sviluppo basato solo sulle energie verdi ….</p>
<p>Nessuno che si prenda la briga di precisare che stiamo parlando di buoni propositi che nella realtà, nell’economia reale, sono (ancora) quisquilie. Nessuno che ricordi che <strong>il mondo va ancora (nell’ordine) a petrolio, carbone e gas</strong>. E soprattutto nessuno che precisi che ancora per 2-3 decenni andrà a petrolio, carbone e gas, come invece periodicamente ricorda l’Agenzia internazionale dell’energia.</p>
<p><strong>Non è dunque sui buoni propositi che si deve fare affidamento</strong> in questo contesto internazionale, in questa Italia, in questo momento. I buoni propositi vanno coltivati, finanziati, arricchiti e sviluppati. Ma intanto non si può contare sul grano seminato ieri per il pane che si vuole spezzare a tavola tra due ore. Quel grano, e solo se sapremo coltivarlo bene<span id="more-281"></span> e farlo rendere, ci darà pane non prima di 8-10 mesi, che fuor di metafora, nel caso dell&#8217;energia, vuol dire 8-10 anni.</p>
<p><strong>Qualunque scenario si voglia immaginare</strong> per il mercato degli idrocarburi, anche nel caso che (come sembra probabile) di petrolio e gas ce ne sia molto più di quanto gli sprovveduti o gli allarmisti vogliono far credere, certamente i bassi costi degli anni ’90 ce li possiamo scordare. Sarà perché il forte aumento della domanda nei Paesi in via di sviluppo creerà tensioni sui prezzi, sarà perché le nuove risorse richiedono investimenti maggiori per essere sfruttate, sarà per altri motivi&#8230; in ogni caso i prezzi degli idrocarburi tenderanno ad aumentare. E ricordiamo che oggi il barile si sta assestando sui 70- 80 dollari, una cifra che quasi ci tranquillizza nella necessità di far buon viso al gioco corrente, ma che solo tre anni fa metteva paura.</p>
<p>Ora come ora non sembra reale il rischio di una carenza fisica di energia (salvo il sempre possibile caso di interruzioni sulle forniture dei gasdotti). Ma resta <strong>il problema dei costi</strong>. O meglio, resta il problema che tutti tacciono (dato che non possono farci niente nel breve termine) e cioè che la struttura energetica italiana è fortemente penalizzante per la nostra competitività. E lo sarà sempre di più, visto che per almeno altri dieci anni dipenderemo dal petrolio e (in maniera ancora maggiore) dal gas di importazione e che gli investimenti in fonti rinnovabili hanno costi elevatissimi in cambio di una scarsa quantità di energia e per giunta di pessima qualità.</p>
<p><strong>Anche noi vorremmo energia abbondante e pulita</strong>, senza inquinamento e a basso costo, senza impatti sul clima globale e di facile gestione. E la vorremmo presto, anzi <strong>la vorremmo subito</strong>. In qualche modo anche noi, e anche per l’energia, vorremmo tutto e subito.</p>
<p>Ma è possibile? Ed è possibile senza tener alcun conto della competizione internazionale?<br />
“La Repubblica” di oggi ci ricorda che le multinazionali stanno abbandonando l’Italia. Lo stanno facendo l’Alcoa e la Motorola, la Pfizer e l’Alcatel, la Merck Sharpe e la Videocon, la Wyeth, Severstal, Nestlè, Nokia, Glaxo, Yamaha e altre. E ci ricorda anche i motivi: «il peso della burocrazia, il costo dell’energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile». Due motivi su quattro hanno a che fare con l&#8217;argomento del nostro post.<br />
E il bello è che le multinazionali che se ne vanno, non lo fanno per trasferirsi in Malaysia, in India o in Vietnam. L’Alcoa ci lascia per andare in Arabia Saudita semplicemente perché là l’energia costa meno, la Nokia chiude a Cinisiello Balsamo per aprire nel Texas, la Yamaha chiude in Brianza per andare in Spagna.</p>
<p>C’è l’urgente necessità di programmare cambiamenti realistici (dal punto di vista della competitività) in tempi ragionevoli. <strong>Ecco perché è questo il momento di investire nell’energia nucleare</strong>, oltre che nell’ampliamento e nella razionalizzazione delle altre infrastrutture.</p>
<p>Diciamoci la verità: con le scelte assurde fatte in passato oggi noi paghiamo l&#8217;energia elettrica molto più degli altri Paesi, ma per quantità ne abbiamo in abbondaza. Tanta che non avremmo nessuna esigenza di nuove centrali, né nucleari, né solari, né eoliche, né di altro tipo. Ma non sarà così tra dieci anni, che è esattamente il tempo che ci serve per pianificare e realizzare un adeguato rientro dell’Italia nel nucleare. Se lasciassimo la demagogia e ci concentrassimo sul punto che – ripetiamo – è per noi fondamentale. Cioè la competitività del sistema Paese.</p>



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		<title>La paura nucleare, l’informazione e i Simpson&#8217;s</title>
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		<pubDate>Tue, 02 Feb 2010 00:58:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione e comunicazione]]></category>
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		<category><![CDATA[rifiuti nucleari]]></category>

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		<description><![CDATA[É ben noto che l’Italia detiene il record mondiale del NYMBI, la famosa sindrome per cui nessuno vuole “vicino casa” una qualsiasi infrastruttura che abbia un impatto anche minimo sul territorio. E non parliamo solo di infrastrutture come centrali a carbone o nucleari, ma proprio tutto: dagli impianti industriali alle centrali eoliche, dalle tangenziali agli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Simpsons-Nucleari.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-260" style="margin: 5px 10px;" title="Simpsons-Nucleari" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Simpsons-Nucleari.jpg" alt="" width="250" height="214" /></a>É ben noto che l’Italia detiene il record mondiale del NYMBI, la famosa sindrome per cui <strong>nessuno vuole “vicino casa” una qualsiasi infrastruttura che abbia un impatto anche minimo sul territorio</strong>. E non parliamo solo di infrastrutture come centrali a carbone o nucleari, ma proprio tutto: dagli impianti industriali alle centrali eoliche, dalle tangenziali agli incenritori, dalle autostrade alle ferrovie, dalle discariche alle centraline a biomassa e via elencando.</p>
<p>Al riguardo ci sembra meriti qualche riflessione il <strong>caso spagnolo</strong>, ove in questi giorni si è assistito ad una <strong>vera e propria corsa da parte di città piccole e grandi, fino a microscopici paesini, per aggiudicarsi il futuro &#8220;Magazzino temporaneo centralizzato&#8221; dei rifiuti prodotti dalle centrali nucleari</strong>. Cioè, in pratica, il deposito nazionale delle scorie nucleari, previsto per una durata di 60 anni e costituito da un mega silos di 26 metri di altezza per 78 di larghezza e lungo quasi 300 metri, oltre agli edifici per i servizi annessi.</p>
<p>Il termine del bando indetto dal governo socialista di Zapatero scadeva il 29 gennaio. A quanto risulta <strong>sono almeno 12  i comuni che hanno presentato la propria candidatura</strong>, quasi sempre all’unanimità dei consigli comunali.<br />
E si capisce il perché. In particolare per i comuni più piccoli, infatti, <strong>il deposito nucleare è garanzia di rinascita economica</strong>, di stop alla fuga dei giovani, addirittura la “<strong>soluzione di tutti i problemi</strong>”, come ha commentato il <span id="more-259"></span>quotidiano <em>Publico</em> in una inchiesta su Canas, uno dei comuni candidati, che venti anni fa aveva 1.800 abitanti oggi ridotti a 480, al cui servizio sono rimasti aperti solo un paio di negozi, una macelleria, una farmacia e un bar.</p>
<p>È evidente che in queste situazioni <strong>le ragioni economiche siano importanti</strong>: il deposito, infatti, porterà al comune vincitore investimenti per circa 700 milioni di euro, 300 posti di lavoro e un premio annuale di 5 milioni di euro, più altri 7 milioni ai comuni limitrofi. Ragioni molto “solide” dunque, ma, evidentemente, non ad ogni costo. Non a costo della salute, ad esempio.<br />
Solo che <strong>in Spagna la gente crede che il deposito nucleare porterà benefici e non rischi</strong>.</p>
<p>Ed è proprio su questo punto che ci sembra opportuna una riflessione, con riferimento all’<strong>informazione che gira in Italia e, in particolare, alla campagna di informazione che il Governo ha in programma</strong>. Una campagna su cui ancora non si sa nulla, se non che vi parteciperà una gran quantità di enti e amministrazioni. Troppi, a nostro avviso, se il punto è quello di effettuare una seria e produttiva campagna di informazione e non tanto di partecipare per dividersi una succulenta torta.</p>
<p>Allora è interessante meditare su un punto sottolineato dal quotidiano <em>El Mundo</em>. E cioè che <strong>a placare le paure del “popolino” spagnolo è stata</strong> non chissà quale campagna di informazione del Governo o dell’industria nucleare, bensì – udite udite &#8211; <strong>la serie Tv dei <em>Simpson&#8217;s</em></strong>. La popolarissima famigliola gialla che vive a Springfield, cittadina virtuale con al centro una bella centrale nucleare, dove lavora papà Homer e intorno alla quale è organizzata la vita cittadina.<br />
Meditate, gente, meditate.</p>



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		<title>Radioattività ed energia elettronucleare</title>
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		<comments>http://www.enerblog.it/radioattivita-ed-energia-elettronucleare.html#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 18 Jan 2010 02:10:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
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		<description><![CDATA[La radioattività è un fenomeno naturale. Consiste nel processo di disintegrazione spontanea dei nuclei di alcuni elementi, durante il quale vengono emessi frammenti nucleari, singole particelle e radiazioni elettromagnetiche di elevata energia che possono interagire con la materia o i tessuti organici provocando fenomeni di ionizzazione. Nel caso dei tessuti biologici tale interazione può portare [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/01/Campotosto-101.jpg"></a><a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/01/Campotosto-103.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-236" style="margin: 5px 10px;" title="Campotosto-10" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/01/Campotosto-103.jpg" alt="" width="300" height="203" /></a>La radioattività è un fenomeno naturale. Consiste nel processo di disintegrazione spontanea dei nuclei di alcuni elementi, durante il quale vengono emessi frammenti nucleari, singole particelle e radiazioni elettromagnetiche di elevata energia che possono interagire con la materia o i tessuti organici provocando fenomeni di ionizzazione. Nel caso dei tessuti biologici tale interazione può portare a danneggiamento delle cellule. Un danno che nella maggior parte dei casi viene riparato dai normali meccanismi di difesa dell’organismo ma che, comunque, dipende dal tipo di radiazione, dalla sua entità e dal tempo di esposizione.</p>
<p>Si tratta di un fenomeno complesso, che in questa sede affrontiamo senza dettagli tecnici solo per sottolineare che <strong>si tratta di un fenomeno del tutto naturale, che da sempre ha accompagnato l’origine e lo sviluppo della vita</strong>. Cercando di capire perché, in relazione agli allarmismi che alcuni hanno interesse a diffondere circa la gestione delle centrali e dei rifiuti nucleari, i timori per i rischi radioattivi siano del tutto irragionevoli e dettati solo da scarsa conoscenza.</p>
<p>La radioattività può avere <strong>origine naturale o artificiale</strong> e, nel Sistema Internazionale, si misura in <span id="more-228"></span>Gray (Gy, misura la dose assorbita) e in <strong>Sievert</strong> (<strong>Sv</strong>, misura la dose equivalente di radiazione in relazione agli effetti biologici sull’organismo). È importante sottolineare che <strong>non c’è differenza qualitativa tra la radioattività naturale e artificiale</strong>: sono entrambe dovute esattamente agli stessi fenomeni fisici.</p>
<p>La <strong>radioattività artificiale</strong> è quella che si genera a seguito di attività umane, quali: produzione di energia, apparecchiature mediche per diagnosi e cure, apparecchiature industriali, attività di ricerca, eventuali attività militari eccetera. Le attività non militari sono rigorosamente regolate da legislazioni nazionali (in Italia la norma di riferimento è il <a href="http://www.apat.gov.it/site/_files/dlvo230c.pdf" target="_blank">decreto legislativo n. 230 del 17 marzo 1995</a> e successive modifiche e integrazioni. Vale precisare che stiamo parlando di radiazioni ionizzanti: quelle ad opera di onde radio – emesse da cellulari, antenne, forni a microonde eccetera – non generano ionizzazione e, quindi, non costituiscono radiazioni nucleari).</p>
<p>La <strong>radioattività naturale</strong> è dovuta alla presenza di radiazioni provenienti dal cosmo, alle interazioni tra queste e l’atmosfera e alla presenza di molti elementi radioattivi esistenti fin dalle origini della Terra e presenti ovunque nell’aria, nel suolo, nelle acque e perfino nel nostro corpo.</p>
<p>Mediamente <strong>la dose di radiazione che assorbiamo dal fondo naturale è dell’ordine di circa 3 mSv (milliSievert) l’anno</strong>. Questo valore medio è però fortemente variabile da luogo a luogo: si va da un minimo di poco superiore  a 1 mSv, fino ad un <strong>massimo di 260 mSv nella città iraniana di Ramsar</strong>. In Italia, ad esempio, come media regionale, la differenza è di circa il 400% tra i minimi della Val d’Aosta e della Sardegna e i massimi della Campania e del Lazio. Inoltre i valori variano anche in relazione all’altitudine (praticamente la dose raddoppia in modo lineare ogni 1.000 metri, motivo per cui si è maggiormente esposti durante i viaggi in aereo, che fortunatamente durano solo poche ore!).<br />
<strong>Elementi radioattivi sono inoltre presenti nei cibi</strong>, sia di origine animale, sia vegetale (la dose media assorbita è di circa 0,2 mSv l’anno), <strong>come pure nel corpo umano</strong> (0,4 mSv l’anno).</p>
<p>A tutto ciò vanno aggiunte le <strong>dosi che vengono normalmente assorbite dalle attività quotidiane</strong>. Gli oggetti di porcellana, i graniti, le piastrelle, gli oggetti di cristallo di cui ci circondiamo emettono una dose di radiazioni che è mediamente calcolata in 0,001 mSv l’anno. Molto maggiore (0,01 mSv) è la <strong>dose annua che assorbiamo dagli schermi di computer e televisori</strong>. E ancora maggiori sono le <strong>dosi assorbite da pratiche mediche</strong>: una radiografia convenzionale può dare una dose di 1 mSv, una TAC fino a 4 mSv, una PET o una scintigrafia fino a 20 mSv.</p>
<p>In questo contesto <strong>le esposizioni della popolazione alla radioattività prodotta dagli impianti nucleari sono davvero minime </strong>(<strong>circa 0,001 mSv</strong>), di gran lunga inferiori a quelle dovute a tutte le altre cause sopra citate.</p>
<p>Il problema dell’esposizione alle radiazioni è serissimo, ma il modo con cui molti lo stanno oggi utilizzando per contrastare l’ipotesi di un nuovo ricorso all’energia elettronucleare è allarmistico e del tutto irresponsabile.<br />
Che l’esposizione a dosi elevate e concentrate di radiazioni sia dannoso per gli organismi animali è purtroppo ben noto. Ma per osservare effetti evidenti si devono raggiungere dosi elevatissime: occorre assorbire <strong>1 Sv in un’ora</strong> (attenzione, finora si è parlato di milliSievert l’anno) per constatare lievi alterazioni temporanee nell’emoglobina, almeno 2-3 Sv per subire danni seri e 4-5 Sv per rischi di morte.</p>
<p>Invece i rischi di cui si parla minacciosamente (vedi il recente <a href="http://www.enerblog.it/informazione-nucleare-la-repubblica-e-la-strategia-della-paura.html" target="_blank">articolo di Repubblica di cui abbiamo parlato nel precedente post</a>) sono quelli attribuiti alle basse dosi di radiazioni. Cioè quelle dentro cui la vita umana è nata e si è evoluta (per modo di dire: milioni di anni fa la radioattività naturale era mooolto più forte di oggi). E lo si fa ben sapendo che non esiste un solo studio scientifico – <strong>uno</strong> – che sia giunto a conclusioni affidabili in merito ad eventuali rischi.</p>
<p>Ad esempio, ricerche scientifiche autorevoli ipotizzano che si può avere un aumento misurabile del 10% dell’insorgenza di tumori a causa di radiazioni per una dose complessiva assorbita di circa 2,5 Sv. Questo, in una situazione come quella italiana, significa un’esposizione continuativa di 260 mSv l’anno (oltre 50 volte la dose media che si può assorbire in Italia) per un totale di circa 10 anni. Ebbene questo caso è la normalità nella città iraniana di Ramsar (260 mSv l’anno) dove, anzi, le persone che ci vivono assorbono tali dosi per l’intera vita, cioè molto più di 10 anni, senza che si sia mai riscontrata una maggiore percentuale di tumori (vedi <a href="http://www.angelfire.com/mo/radioadaptive/ramsar.html" target="_blank">qui uno dei molti studi</a> disponibili al riguardo).</p>



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		<title>Informazione nucleare: &#8220;la Repubblica&#8221; e la strategia della paura</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Jan 2010 09:11:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Informazione e comunicazione]]></category>
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		<description><![CDATA[L’articolo pubblicato ieri l’altro da Repubblica con il titolo  La centrale come vicino di casa &#8211; Pericolo leucemia per i bambini (a firma Francesco Bottaccioli) è un grave esempio di disinformazione ideologica. Sulle tecnologie energetiche, e sull’energia nucleare in particolare, Repubblica sembra aver abdicato al proprio ruolo di autorevole fonte di informazione per seguire la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’articolo pubblicato ieri l’altro da Repubblica con il titolo  <em><a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/12/la-centrale-come-vicino-di-casa-pericolo.html" target="_blank">La centrale come vicino di casa &#8211; Pericolo leucemia per i bambini</a></em> (a firma Francesco Bottaccioli) è un <strong>grave esempio di disinformazione ideologica</strong>.<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/01/Nucleare-con-bambina1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-224" style="margin: 5px 10px; border: 0px;" title="Nucleare-con-bambina" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/01/Nucleare-con-bambina1.jpg" alt="" width="200" height="164" /></a><br />
Sulle tecnologie energetiche, e sull’energia nucleare in particolare, <strong>Repubblica sembra aver abdicato al proprio ruolo di autorevole fonte di informazione</strong> per seguire la via della propaganda: alcune tecnologie vanno bene, altre no. Indipendentemente dalle valutazioni ambientali, economiche e sociali che vengono fatte a livello internazionale e nazionale, ove una gran parte degli esperti, dell’opinione pubblica e anche degli ambientalisti ha opinioni diverse da quelle del giornale diretto da Ezio Mauro. Opinioni motivate e consapevoli, basate su valutazioni di fatti e dati e su conoscenze scientifiche, che evidentemente <strong>al nostro giornale non interessano, avendo deciso di dare non informazioni sulle possibili opzioni disponibili, ma autonome indicazioni su quali tecnologie siano valide e quali no</strong>.</p>
<p>Nel caso specifico la cosa è particolarmente grave perchè non riguarda meri aspetti tecnologici o economici, che comunque i meccanismi di mercato o anche semplicemente il buon senso potrebbero poi regolare o quanto meno ridimensionare. No, in questo caso<strong> l&#8217;articolo pubblicato da Repubblica mira all&#8217;allarmismo puro, a insinuare paura verso pericoli incontrollabili</strong>, a diffondere il dubbio sulla salute dei bambini. Ed è anche evidente il motivo, poichè <strong>il dubbio e la paura sono da sempre i migliori alleati del &#8220;non fare&#8221;</strong>. Cosa che peraltro viene espressamente<span id="more-219"></span> richiesta in coda all&#8217;articolo.</p>
<p>Bottaccioli fa riferimento ad uno studio tedesco (<a href="http://www.bfs.de/de/bfs/druck/Ufoplan/4334_KIKK_Zusamm.pdf" target="_blank">Epidemiological Study on Childhood Cancer in the Vicinity of Nuclear Power Plants &#8211; KiKK-Study</a>), pubblicato nel 2007, che dichiara di rilevare un incremento della percentuale di tumori nei bambini che vivono vicino le centrali nucleari, in modo correlato alla distanza, cioè tanto maggiore quanto più i bambini vivono vicino alla centrale.</p>
<p>Nel merito osserviamo quanto segue.</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">1.</span></strong>  L’autore è a conoscenza di almeno un altro studio (in realtà sono molti, ma uno viene da lui citato) sull’argomento, che analizza le incidenze di tumori presso le centrali nucleari inglesi. Poiché tale studio giunge a conclusioni diverse da quelle che servono a supportare la tesi dell’articolo, Bottaccioli lo liquida come «sbilenco sul piano logico» concentrandosi solo su quello tedesco. Solo che quest’ultimo non afferma che i maggiori tumori siano dovuti alle attività elettronucleari, ma che «<strong>non si conoscono le cause di questo aumento</strong>». É  da questa affermazione, riportata dallo stesso Bottaccioli, che l’autore trae la mirabile conclusione che i maggiori tumori debbano essere attribuiti alla normale attività delle centrali elettronucleari.</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">2.</span></strong> L’argomento è serissimo e dovrebbe essere trattato con autorevolezza scientifica. Cosa che si sta facendo con numerosi studi a livello internazionale, dai quali si evince che effettivamente<strong> i tumori infantili (e in particolare le leucemie) sono in aumento in tutto il mondo. E in Italia più che altrove.</strong> Ma allora è stupefacente che si voglia forzatamente cercare una correlazione tra aumento dei tumori e industria nucleare, visto che il maggiore aumento è proprio nell’unico Paese industrializzato che non ricorre all’energia nucleare. Gli USA, ad esempio, dove sono in servizio 104 centrali nucleari, è il Paese con il minor incremento dei tumori infantili, prossimo a zero (<em>per dati sui Paesi europei, vedi </em><a href="http://www-dep.iarc.fr/accis.htm" target="_blank">ACCIS</a>).</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">3.</span></strong>  É inoltre evidente che <strong>Bottaccioli citi lo studio tedesco senza averlo mai sfogliato</strong>, ma in modo interessato, a sostegno di una tesi preconcetta. Infatti tale studio spiega anche perché i maggiori tumori rilevati intorno alle centrali tedesche (dato peraltro discutibile, perché rilevato ad un livello statisticamente non significativo: tra lo 0,2 e lo 0,3 %) non possono essere attribuibili a cause certe. E tra questi “perché” ce ne è uno che praticamente esclude proprio l’attività elettronucleare. Con estrema chiarezza, infatti, gli autori dello studio affermano che «in Germania la dose media di radiazioni che le persone assorbono ogni anno dal fondo naturale è di circa 1,4 mSv (milliSievert), mentre la dose media assorbita annualmente da esami medici ammonta a 1,8 mSv. Rispetto a questi valori, l’esposizione alle radiazioni ionizzanti in prossimità delle centrali nucleari tedesche è inferiore da 1.000 a 10.000 volte. Alla luce di ciò, e sulla base delle attuali conoscenze scientifiche, il risultato del nostro studio non può essere spiegato da un punto di vista radiobiologico».</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">4.</span></strong>  È opportuno ricordare che <strong>tutto sulla Terra è immerso nelle radiazioni</strong>. A livello mondiale <strong>il fondo naturale fornisce a ciascun essere vivente dosi medie annue dell’ordine di quasi 3 mSv</strong> (milliSievert). Tale valore è però fortemente variabile da luogo a luogo, e va da un minimo di 1,2 mSv, <strong>fino a di 250 mSv nella città iraniana di Ramsar</strong>. Le cause sono del tutto naturali (legate alla presenza di varie sostanze radioattive nel sottosuolo e sulla superficie) e non hanno mai causato particolari problemi (a Ramsar ci sono persone centenarie come nel resto del mondo). <strong>La dose attribuibile ad una centrale nucleare in normale funzionamento è di circa 0,001 mSv l’anno</strong>, dieci volte inferiore, ad esempio, a quella che può essere assorbita durante un solo viaggio in aereo (circa 0,01 mSv) e cento volte inferiore a quella di una sola radiografia (0,1 mSv).  A titolo di curiosità si può anzi osservare che anche il corpo umano contiene potassio, carbonio-14 e altri radionuclidi che lo rendono radioattivo per una dose media annua di circa 0,4 mSv. Ciò significa che, in un’ottica di ridurre al minimo il livello di radiazioni assorbito, occorrerebbe evitare il contatto con altra gente.</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">5.</span></strong>  In tutto ciò va sottolineato il <strong>ruolo di informazione ideologica e preconcetta svolto da Repubblica</strong>. Che, ad esempio, (in una figura larga quanto l’intera pagina) ha illustrato la crescita dei tumori in relazione alla distanza dalle centrali con valori espressi in centesimi. In tal modo gli incrementi compresi nello studio tra valori di 0,2 e 0,3  sono diventati sul giornale +76%, + 26% eccetera, omettendo di dire, ovviamente, che si trattava del + 76% di quasi zero. Inoltre è curioso che a nessuno sia venuto in mente che <strong>le centrali tedesche sono in servizio già da 25-30 anni</strong>. E che, quindi, i maggiori tumori avrebbero dovuto evidenziarsi ormai da tre decenni prima nei bambini, poi negli adolescenti e infine negli adulti. Cosa che non si è verificata, tant&#8217;è che in Germania nessuno si è mai sognato di prendere provvedimenti al riguardo.</p>
<p><strong><span style="font-size: medium;">6.</span></strong>  Ma la cosa più stupefacente, nell’articolo di Bottaccioli avallato da Repubblica, è la conclusione. Che sostanzialmente dice: sono stati fatti decine di studi al mondo che non hanno dimostrato alcuna correlazione tra attività elettronucleare e malattie. Tuttavia qualcuno ha dei dubbi, e ovviamente su un argomento simile non è giusto che in Italia si riparli di nucleare senza prima aver eliminato ogni dubbio. Pertanto, se l’Italia vuole tornare al nucleare deve prima risolvere ogni possibile dubbio che l’intero mondo scientifico non ha ancora risolto. Amen.</p>



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		<title>A proposito di nucleare, come si dice NIMBY in svedese?</title>
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		<pubDate>Tue, 29 Dec 2009 01:47:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[Nimby]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[rifiuti nucleari]]></category>

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		<description><![CDATA[La sindrome NIMBY (not in my back yard, cioè non nel mio cortile) è uno dei fattori che creano più riserve da parte dell’opinione pubblica verso le centrali nucleari e i depositi di rifiuti nucleari (oltre che, in verità, verso praticamente tutte le tipologie di grandi infrastrutture). Molti non sono contrari alle centrali nucleari, purché [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img style="margin: 0px; float: right; border: 0px;" title="vivere presso una centrale nucleare" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2009/12/nucleare-e-bimbo.jpg" alt="vivere presso una centrale nucleare" width="220" height="220" />La sindrome NIMBY (<em>not in my back yard</em>, cioè <strong>non nel mio cortile</strong>) è uno dei fattori che creano più riserve da parte dell’opinione pubblica verso le centrali nucleari e i depositi di rifiuti nucleari (oltre che, in verità, verso praticamente tutte le tipologie di grandi infrastrutture). Molti non sono contrari alle centrali nucleari, purché lontano dalla propria città.</p>
<p><strong>Non è detto però che questo comportamento sia immutabile</strong>. La possibilità di un cambiamento è dimostrata ad esempio da Mark O’Donovan, direttore della rivista on-line <a href="http://www.euronuclear.org/e-news/e-news-26/index.htm" target="_blank">ENS news</a> della European Nuclear Society.<br />
Nell’editoriale del numero di autunno 2009, O’Donovan riconosce che la sindrome NIMBY nasce dall’istinto di conservazione innato in ogni essere umano, ma rileva che non è l’unico fattore che influenza le decisioni.<br />
Al riguardo O’Donovan racconta la propria sua esperienza durante un recente viaggio in <strong>Svezia</strong>, e in particolare nel villaggio di <strong>Forsmark</strong> (vicino a Uppsala, nella Svezia centro-orientale), presso cui sorgono una centrale nucleare con tre reattori (per complessivi 3.200 MW) e il deposito dei rifiuti nucleari svedesi.<span id="more-173"></span></p>
<p>Visitando il deposito, gestito alla Swedish Nuclear Fuel and Waste Management Company (SKB), O’Donovan ha constatato quanto <strong>l’approccio partecipativo abbia ottenuto positivi effetti.<br />
</strong>Infatti la popolazione locale è stata coinvolta nelle decisioni fin dall’inizio, cioè dalle discussioni preliminari sulla località da scegliere come sito per il deposito. Grazie alla trasparenza e ad una opportuna comunicazione, <strong>la popolazione di Forsmark ha accolto con favore crescente la scelta di ubicare il deposito di scorie in prossimità delle loro abitazioni</strong>.</p>
<p>Gli abitanti di Forsmark, nota O’Donovan, non hanno istinti di conservazione diversi da quelli di tutti gli altri esseri umani del mondo: semplicemente, hanno una chiara conoscenza di quali siano i propri interessi, e si sono comportati di conseguenza. Anzi: se dal 1988 il deposito di Forsmark ospita le scorie di livello basso e intermedio, la cittadinanza ha proposto il sito anche come sede del deposito finale dei rifiuti ad alta attività, quelle le più radioattive.</p>



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		<title>C&#8217;è qualcosa di nuovo nel decreto legislativo sulla localizzazione degli impianti nucleari</title>
		<link>http://www.enerblog.it/ce-qualcosa-di-nuovo-nel-decreto-legislativo-sulla-localizzazione-degli-impianti-nucleari.html</link>
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		<pubDate>Wed, 23 Dec 2009 23:59:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione e comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[politica energetica]]></category>

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		<description><![CDATA[Lo schema di decreto legislativo approvato ieri dal Consiglio dei Ministri sulla localizzazione dei previsti impianti elettronucleari è solo il primo passo, ma finalmente concreto, per il rilancio del nucleare in Italia. A parte il fatto (ma credo sia solo una formalità) che lo schema di decreto per essere approvato dovrà passare al vaglio del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft" style="margin: 10px; border: 0px;" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2009/12/lente-2_freeimages.gif" alt="" width="200" height="200" />Lo schema di decreto legislativo approvato ieri dal Consiglio dei Ministri sulla localizzazione dei previsti impianti elettronucleari è solo <strong>il primo passo, ma finalmente concreto, per il rilancio del nucleare in Italia</strong>.<br />
A parte il fatto (ma credo sia solo una formalità) che lo schema di decreto per essere approvato dovrà passare al vaglio del Consiglio di stato, della Conferenza unificata Stato/Regioni e del Parlamento, <strong>il percorso è ancora lungo e tutto in salita</strong>. Come certamente apparirà chiaro quando davvero si dovrà parlare di dove farle, le centrali.</p>
<p>Quello del <strong>nucleare è ormai una sorta di derby calcistico</strong>, con i tifosi assiepati sulle opposte tribune in schieramenti di difficile valutazione quantitativa. Sul web e sulla stampa sembrerebbe che i tifosi del no siano maggioritari, oltre che certamente più chiassosi. Se però si passa ai sondaggi di opinione gli italiani appaiono divisi piuttosto equamente, con la squadra del si in crescita e, anzi, forse in lieve vantaggio. In ogni caso è certo che <strong>a spostare da una parte o dall’altra il piatto della bilancia sarà la schiera degli indecisi</strong>.<span id="more-159"></span></p>
<p>Da questo punto di vista <strong>lo schema di decreto legislativo presenta novità positive</strong>, rispetto alle politiche energetiche del passato.</p>
<p>Intanto prevede l’elaborazione di una preliminare <strong>strategia nucleare</strong>, cioè di un <strong>documento che esponga chiaramente gli obiettivi strategici del Governo</strong>: dalla sicurezza al combustibile nucleare, dalla realizzazione degli impianti alle compensazioni, fino alle alleanze internazionali.<br />
Da sottolineare che il documento sulla “strategia nucleare” conterrà anche le procedure per la costruzione, l’esercizio e la disattivazione degli impianti, nonché i requisiti soggettivi che devono essere in possesso degli operatori, come pure le sanzioni applicabili in caso di violazione delle nuove norme. Questo a garanzia della <strong>volontà di operare con trasparenza</strong>, garantendo i cittadini che le società e le imprese potranno agire non dando la priorità a criteri o interessi di parte, ma solo secondo <strong>precise indicazioni di interesse pubblico, avendo come criterio prioritario la sicurezza</strong>.</p>
<p>Il documento di strategia nucleare, inoltre, dovrà contenere una <strong>preliminare valutazione del contributo dell’energia nucleare</strong> in termini di sicurezza, di diversificazione energetica, di riduzione delle emissioni di gas serra e di benefici economici e sociali. È evidente che sarebbe difficile proseguire con il piano di sviluppo del nucleare se queste valutazioni non dovessero essere pienamente soddisfacenti.</p>
<p>E per finire c’è la questione dell’<strong>informazione</strong>, che a mio avviso è il vero punto qualificante della “strategia nucleare” che si sta attuando. In particolare perché si parte con l’intento programmatico di <strong>informare passo passo i cittadini sulle decisioni e sulle azioni dell’esecutivo</strong>. Che mi pare una bella novità rispetto alle politiche del passato, non solo energetiche.</p>
<p>Una valida attività di informazione è indispensabile per la corretta gestione di un sistema complesso come indubbiamente è quello nucleare, ma anche per la sua <strong>accettabilità sociale</strong>. La gente ha infatti paura di quello che non conosce o non capisce. E non a caso tutti i sondaggi d’opinione confermano che il favore verso il nucleare è direttamente proporzionale al livello di conoscenza: più si sa e si è informati, più si è a favore.</p>



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