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	<title>EnerBlog &#187; Energia</title>
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	<description>Energia, ambiente, sviluppo sostenibile</description>
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		<title>Te la do io la sostenibilità (tra carbone e ipotesi IEA)</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 21:42:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi dieci anni il carbone ha soddisfatto il 47% della domanda di energia elettrica su scala mondiale. Un risultato che ha messo in ombra i pur impressionanti progressi che sono stati conseguiti nella crescita delle fonti rinnovabili, sommati a quelli &#8211; meno rilevanti ma comunque significativi &#8211; ottenuti con misure di efficienza energetica. Nonostante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi dieci anni il carbone ha soddisfatto il <strong>47% della domanda di energia elettrica su scala mondiale</strong>. Un risultato che ha messo in ombra i pur impressionanti progressi che sono stati conseguiti nella crescita delle fonti rinnovabili, sommati a quelli &#8211; meno rilevanti ma comunque significativi &#8211; ottenuti con misure di efficienza energetica.<br />
<a rel="attachment wp-att-533" href="http://www.enerblog.it/te-la-do-io-la-sostenibilita-tra-carbone-e-ipotesi-iea.html/nastro_carbone"><img class="alignleft size-full wp-image-533" style="margin: 5px 10px;" title="Nastro_carbone" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Nastro_carbone.jpg" alt="" width="315" height="270" /></a>Nonostante gli sforzi compiuti da numerosi Paesi, resta dunque lontano  l’obiettivo concordato nei vari vertici internazionali di contenere l’aumento della temperatura terrestre entro 2 °C.<br />
È questo il principale dato sottolineato dal <strong><em>Clean Energy Progress Report</em></strong>, il rapporto realizzato dall’International Energy Agency (IEA) sullo stato di avanzamento e sulla distribuzione mondiale delle tecnologie energetiche pulite, presentato a inizio mese in occasione della seconda edizione del “Clean Energy Ministerial”, svoltasi ad Abu Dhabi.</p>
<p>A partire dagli anni ’90 – si legge nel rapporto – a livello globale <strong>la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è cresciuta ad una media del 2,7% all’anno</strong>, un valore inferiore al tasso di <strong>crescita della domanda mondiale di elettricità  che è stato pari al 3%</strong>.<br />
Per poter conseguire l’obiettivo di un dimezzamento delle emissioni mondiali di CO2 entro il 2050 &#8211; afferma l&#8217;IEA &#8211; <strong>occorre che già nel 2020 l&#8217;energia prodotta con le fonti rinnovabili sia almeno il doppio di quella attuale</strong>. Un risultato che può essere ottenuto con difficoltà, e solo a condizione di adottare politiche molto più aggresive, in grado di rimuovere  molto velocemente gli ostacoli tecnici e burocratici che si frappongono ad una più accelerata penetrazione delle rinnovabili, oltre che di renderne finanziariamente stabile il mercato nel lungo periodo grazie a incentivi trasparenti e affidabili.</p>
<p>Ma secondo l&#8217;IEA<strong> le fonti rinnovabili non risolvono</strong>. Occorrono molte altre cose, anzi, per la<span id="more-531"></span> precisione, tutte quelle possibili.<br />
Brevemente:</p>
<p>►  <strong>Nucleare</strong>: è una tecnologia che resta necessaria. Pur considerando il prevedibile rallentamento determinato dagli eventi giapponesi, entro il 2020 dovrà essere in esercizio una potenza di 512.000 MW (cioè più di 80.000 MW aggiuntivi alla potenza oggi in esercizio e a quella già in costruzione e che è prevista entrare in servizio entro il 2015)</p>
<p>►  <strong>Riequilibrio tra gli incentivi alle varie fonti</strong>: oggi fortemente sbilanciato a favore delle fonti fossili</p>
<p>►  <strong>Efficienza energetica</strong>: esigenza di accelerarne la promozione in tutti i settori, tra cui (prioritario secondo l&#8217;IEA) gli interventi rivolti al miglioramento delle centrali a carbone esistenti</p>
<p>►  <strong>Trasporti</strong>: settore strategico. Tra i vari interventi l&#8217;IEA raccomnada in particolare un forte impegno per la diffusione di veicoli ibridi ed elettrici. Di quest&#8217;ultimi l&#8217;obiettivo è di averne in circolazione almeno 7 milioni di vetture entro il 2020</p>
<p>►  <strong>CCS</strong>: infine è urgente e prioritaria un’ampia diffusione delle tecnologie di cattura e stoccaggio geologico della CO2 (CCS &#8211; <em>Carbon Capture and Storage</em>). Secondo l&#8217;IEA è indispensabile realizzare entro il 2020 almeno 100 progetti CCS su larga scala, da portare a 3.000 entro il 2050.</p>



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		<title>Le rinnovabili contestate</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 23:16:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Nimby]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Italia ha il record dell’opposizione locale alla realizzazione di infrastrutture e impianti di ogni genere. Non si riesce a proporre qualcosa che – indipendentemente da ogni valutazione costi benefici, e quasi sempre prima di ogni valutazione – ci si ritrova con comitati più o meno locali o associazioni nazionali che si battono per impedirne la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia ha il record dell’opposizione locale alla realizzazione di infrastrutture e impianti di ogni genere. Non si riesce a proporre qualcosa che – <strong>indipendentemente da ogni valutazione costi benefici</strong>, e quasi sempre prima di ogni valutazione – ci si ritrova con comitati più o meno locali o associazioni nazionali che si battono per impedirne la realizzazione, per via dei possibili impatti ambientali e sanitari, o semplicemente perché sono brutti da vedere.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-523" href="http://www.enerblog.it/le-rinnovabili-contestate.html/nimby"><img class="size-full wp-image-523 alignleft" style="margin: 2px 10px;" title="Nimby" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Nimby.jpg" alt="" width="230" height="224" /></a>Non è che la protesta sia sempre un male. Anzi. Fa parte del gioco democratico e per molti versi è un bene: se non ci fosse si dovrebbe inventare. Solo che da noi è diventata una moda, il più delle volte irrazionale. Che ora non risparmia nemmeno le fonti rinnovabili.</p>
<p>La conferma arriva dai dati dell’<strong>Osservatorio Nimby Forum</strong>, che anche quest’anno ha analizzato la situazione delle contestazioni alle opere di pubblica utilità e agli insediamenti industriali sul territorio italiano. Risultano essere <strong>almeno 320 le opere contestate</strong>, con al primo posto i progetti di generazione elettrica (58%), seguiti dalle opere per lo smaltimento dei rifiuti (32,5%), dalle infrastrutture di vario genere (5,3%) e dagli impianti industriali (4,1%).<br />
Geograficamente <strong>la maggiore protesta riguarda il Nord</strong>, con circa il 50% delle contestazioni, mentre il resto è abbastanza suddiviso tra centro e sud.</p>
<p>Il Rapporto Nimby 2010 conferma cose già note, ma che vale la pena ricordare. Da quando è<span id="more-521"></span> stato costituito l’Osservatorio (2004) <strong>la protesta risulta in costante e regolare aumento</strong> (+13% nel 2010 rispetto al 2009), diventa sempre più incondizionata e coinvolge non solo i cittadini ma anche le Istituzioni nazionali e locali. <strong>Persiste l’assenza di un’informazione minimamente adeguata e, soprattutto,  la mancanza di un senso comune di responsabilità</strong>.</p>
<p>L’unica vera <strong>novità è la prevalenza che nella contestazione nazionale hanno assunto le fonti rinnovabili</strong>. Nel 2010 l’85% delle proteste relative agli impianti di generazione elettrica (pari al 49% di tutte le proteste: 158 casi su 320) hanno riguardato le fonti rinnovabili: centrali a biomasse, impianti eolici, fotovoltaici e centrali idroelettriche.</p>
<p>Tra <strong>le motivazioni alla base delle contestazioni</strong> prevale il timore sul (spesso presunto) impatto sull&#8217;ambiente, seguita dagli effetti sulla qualità della vita e dallo scarso coinvolgimento nei processi decisionali. Ma un aspetto sempre più importante è anche la <strong>crescente connotazione ideologica e politica </strong>che la sindrome Nimby è andata assumendo in Italia. Sempre più spesso, infatti, a guidare le proteste sono movimenti strutturati, partiti politici o addirittura Istituzioni pubbliche. Che quasi sempre agiscono per puri motivi demagogici ed elettorali, nella logica non più del Nimby (non nel mio giargino), ma del più comodo e perverso “non durante il mio mandato elettorale”.</p>



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		<title>Non c&#8217;è solo lo tsunami giapponese sul mercato energetico globale</title>
		<link>http://www.enerblog.it/lo-tsunami-giapponese-sul-mercato-energetico-globale.html</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 00:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mondo dell’energia è in  movimento, e probabilmente molto più di quanto già  non sembri. Tra le dinamiche evidenti, ci sono almeno quattro fattori di evoluzione  che vanno considerati. Tutti singolarmente importanti, che però nell&#8217;insieme, considerando le inevitabili interrelazioni,  acquistano una valenza globale dalle conseguenze imprevedibili. L’argomento è di complessità estrema, per cui qui, nello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo dell’energia è in  movimento, e probabilmente molto più di quanto già  non sembri.<br />
Tra le dinamiche evidenti, ci sono almeno <strong>quattro fattori di evoluzione  che vanno considerati</strong>. Tutti singolarmente importanti, che però nell&#8217;insieme, considerando le inevitabili interrelazioni,  acquistano una valenza globale dalle conseguenze imprevedibili.</p>
<p>L’argomento è di complessità estrema, per cui qui, nello spazio di un post, ci limitiamo solo a elencare i singoli punti.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><a rel="attachment wp-att-473" href="http://www.enerblog.it/lo-tsunami-giapponese-sul-mercato-energetico-globale.html/petrolio-7"><img class="alignright size-full wp-image-473" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px; margin-top: 4px; margin-bottom: 4px;" title="Petrolio-7" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Petrolio-7.jpg" alt="" width="240" height="209" /></a><span style="font-size: medium;"><strong>1.</strong></span></span></span> <strong>Accelerato sviluppo di Paesi con circa 3 miliardi di abitanti</strong>. È il fenomeno più evidente, destinato inevitabilmente a rivoluzionare il flusso fisico e finanziario dell’intero mercato energetico. Con effetti settoriali in parte ipotizzabili, anche se è poi impossibile prevederne l’effetto globale.<br />
Si da ad esempio per  scontato che nei prossimi 20 anni la domanda complessiva di energia aumenterà di circa il 40%, che praticamente tutta questa nuova energia sarà destinata ai Paesi oggi ancora in via di sviluppo (e soprattutto alla Cina) , che sarà soddisfatta facendo ricorso a maggiori quantitativi di petrolio e soprattutto di gas e di carbone.</p>
<p>Questo primo fattore è sicuramente destinato a rivoluzionare la struttura del sistema energetico mondiale. Ma progressivamente. Nell’immediato avranno probabilmente più rilevanza i tre punti seguenti.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>2.</strong></span></span> <strong>Evoluzione dei Paesi arabi e crisi politica del nord Africa</strong>. Il fenomeno sta portando forti sconvolgimenti sul piano economico-diplomatico, ma anche su quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici per l’Europa ed in particolare per l’Italia. Soprattutto gli eventi libici<span id="more-472"></span> stanno creando fratture insanabili tra alcuni Paesi arabi e i Paesi industrializzati, e comunque, quale che sia l’evoluzione finale, non è scontato che per qualche tempo il ruolo energetico della Libia torni ad essere lo stesso degli anni passati.<br />
Inoltre restano gli interrogativi sull’evoluzione del medio oriente (Siria, Yemen, Oman, Bahrein, Giordania), che presto o tardi avranno inevitabili ripercussioni anche in Arabia Saudita, che è tutt’ora il principale player energetico mondiale.<br />
Quanto meno c’è da attendersi turbamenti e oscillazioni sulle quotazioni del petrolio e degli altri prodotti energetici.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>3.</strong></span></span> <strong>Incertezza sul futuro delle fonti rinnovabili</strong>. Mentre si registrano progressi sul piano tecnologico e su quello dei costi, in molti (importanti) Paesi il quadro regolatorio si fa progressivamente più insicuro e tentennante, sia per gli incentivi (riduzione e modifiche unilaterali, anche per gli impianti già autorizzati ed in costruzione), sia per aspetti normativi e burocratici (tempi più lunghi per autorizzazioni e allacciamenti alla rete).<br />
Allo stato dei fatti, è prevedibile che le rinnovabili continueranno sì a svilupparsi, ma ancora tra speranze e con un po&#8217; più di incertezze. In particolare, la minore  redditività degli investimenti lascia prevedere  negative ripercussioni  dal punto di vista finanziario, cosa che &#8211; nel complesso &#8211; si tradurrà in una crescita inferiore all&#8217; atteso (e di molto, rispetto alle aspettative più ottimistiche).</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>4.</strong></span></span> <strong>Terremoto in Giappone e incidente di Fukushima</strong>. Le conseguenze sono diverse. Quella più appariscente è il ripensamento sulle scelte nucleari che molti Paesi hanno dichiarato di voler fare. Che poi questi ripensamenti si concretizzino è da vedere, tanto più che &#8211; allo stato delle cose  - gli effetti sanitari e ambientali dell’incidente nucleare sembrano essere più drammatizzati dai media che reali, quanto meno rispetto alla drammatica distruzione e ai 20.000 morti causati da terremoto e tsunami. È quindi possibile che i “ripensamenti”, messi di fronte all’evoluzione dei prezzi delle fonti fossili, si dimostrino delle mosse decise nel momento di maggiore incertezza (per tutelarsi politicamente dall’eventualità di un disastro), ma con scarsi effetti pratici.<br />
È invece certo che il terremoto giapponese avrà ripercussioni sui costi internazionali dell&#8217;energia, anche a prescindere dal discorso sul nucleare.<br />
Terremoto e tsunami hanno infatti inferto un colpo grave al sistema energetico nipponico, non solo per le 10 centrali nucleari fermate per controlli (che probabilmente verranno estesi anche ad altri impianti), ma più in generale per vasti i danni subiti dalle infrastrutture di trasporto, dalle centrali termoelettriche e dalle raffinerie.<br />
Nei prossimi mesi il sistema giapponese (il quarto mercato energetico mondiale – dopo Cina, USA e Russia &#8211; quasi interamente dipendente dalle importazioni) registrerà un forte aumento della domanda di combustibili fossili, sia per recuperare la forzata minore domanda successiva al terremoto, sia per le esigenze di ricostruzione, sia per la sostituzione dei materiali danneggiati (auto e macchinari industriali e domestici). Ne deriverà una pressione sui prezzi delle fonti fossili che potrà ovviamente aggravarsi, diventando strutturale per il futuro,   nel caso il “ripensamento” nucleare si concretizzasse, con  chiusura di impianti in esercizio e  minore costruzione di nuovi.</p>
<p>Nel giro di poche settimane <strong>il mondo dell’energia, che già da un paio di anni manifestava evidenti segni di crisi, è ulteriormente cambiato, e non in meglio</strong>. Né per le economie di Paesi sviluppati e non, né per le emissioni e la lotta al riscaldamento globale.</p>



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		<title>L&#8217;importanza dei numeri nel mondo dell&#8217;energia: 7 miliardi</title>
		<link>http://www.enerblog.it/l%e2%80%99importanza-dei-numeri-7-miliardi.html</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 01:06:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[biomasse]]></category>
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		<description><![CDATA[Sul pianeta vivono oggi 7 miliardi di persone. La settemiliardesima nascerà i primi mesi del 2012, ma, insomma, ci siamo. Dal punto di vista energetico, questo fatto pone una serie numerosa di domande tutt’altro che banali. In particolare: l’energia che siamo in grado di produrre è sufficiente per tutti? A quali condizioni? E che succede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul pianeta vivono oggi 7 miliardi di persone. La settemiliardesima nascerà i primi mesi del 2012, ma, insomma, ci siamo.<br />
Dal punto di vista energetico, questo fatto pone una serie numerosa di domande tutt’altro che banali. In particolare: <strong>l’energia che siamo in grado di produrre è sufficiente per tutti?</strong> A quali condizioni? E che succede se gli abitanti del pianeta continuano a crescere?</p>
<p><a rel="attachment wp-att-449" href="http://www.enerblog.it/l%e2%80%99importanza-dei-numeri-7-miliardi.html/fame-22"><img class="alignleft size-full wp-image-449" style="margin: 10px;" title="fame-22" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/fame-22.jpg" alt="" width="260" height="217" /></a>Nel come ci si pone di fronte a queste domande sta il succo di tutte le politiche energetiche. Non tanto a livello globale – visto che non è ancora immaginabile una politica energetica globale – ma proprio per le scelte dei singoli Paesi, tra i quali l’Italia non fa ovviamente eccezione.</p>
<p>Qui sotto i fatti, che proviamo a elencare  nel modo più neutro possibile (<em>tutti i dati sono tratti dalle ultime statistiche dell’International Energy Agency- IEA</em>).<br />
<strong><br />
<span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">1.</span></span></span></strong> Nel 2010 i consumi mondiali di energia hanno superato i  <strong>12 miliardi di tep </strong>(tonnellate equivalenti di petrolio).</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">2.</span> </span></span></strong>Si tratta di una quantità enorme di energia, corrispondente  - tanto per averne un’idea tangibile &#8211; al bruciare   23.500 tonnellate di petrolio ogni minuto. Enorme, ma  non  equamente suddivisa: <strong>circa il  4</strong><strong>5% è infatti consumata dal 18% degli abitanti il pianeta </strong>(quelli  ricchi, cioè  gli 1,2 miliardi dei Paesi industrializzati), mentre il rimanente  82% di abitanti (cioè tutti gli altri 5,8 miliardi) si dividono  il restante 55% di energia.<br />
Nel caso della forma più pregiata di energia (quella <strong>elettrica</strong>) il divario è anche maggiore, perché<span id="more-438"></span>gli 1,2 miliardi di “ricchi” ne utilizzano  il 53%. Il restante 47% di elettricità è utilizzato da circa 4,3 miliardi di persone, mentre sono ancora 1,5 miliardi quelli che non hanno mai acceso una lampadina, perché non hanno accesso all’energia elettrica.</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">3.</span> </span></span></strong>Queste <strong>le fonti di energia utilizzat</strong><strong>e per soddisfare la domanda mondiale</strong>: petrolio 33%, carbone 27%, gas 21%, legno e altre biomasse 10%, nucleare 6%, idroelettrico 2%, tutte le altre fonti rinnovabili meno di 1%.<br />
La quota del legno e delle biomasse (10%) è illuminante sul divario di energia che esiste tra i consumi di un cittadino occidentale e quello di un Paese arretrato. Quella quota infatti (che peraltro comprende anche una frazione della domanda dei Paesi occidentali) soddisfa tutti i consumi di circa 2,5 miliardi di persone, che per le proprie esigenze energetiche dipendono appunto da legno, arbusti, residui agricoli e persino letame essiccato (una forma di energia, quest’ultima, ancora significativa in alcune zone).</p>
<p>Domanda: <strong>è sostenibile questa situazione?<br />
</strong><br />
<strong>Probabilmente no</strong>, nemmeno nel caso in cui – come molti senza accorgersene si augurano –  nel mondo continuino ad esserci un miliardo di persone che muore di fame e altri due miliardi che sopravvivono in povertà estrema.<br />
<strong>Certamente no</strong>, se si vuole almeno ipotizzare che tutti gli abitanti del pianeta possano avere un minimo di vita civile, qualunque cosa si voglia intendere con questa espressione.</p>
<p>C’è infatti un <strong>ulteriore piccolo dettaglio da considerare</strong>:</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">4.</span></span></span></strong> La popolazione mondiale aumenta ogni anno di circa 90 milioni di abitanti. Il tasso è in lieve decremento, ma tutte le organizzazioni internazionali concordano che <strong>tra 20 anni saremo circa 8,5 miliardi e nel 2050 poco meno di 10 miliardi</strong>. Inoltre tutto l’incremento di popolazione sarà a carico dei Paesi in via di più o meno accelerato sviluppo, che passeranno dagli attuali 5,8 a oltre 8 miliardi di abitanti nel 2050. La popolazione dei Paesi ricchi resterà invece pressoché invariata su circa 1,3 miliardi.<br />
Cioè <strong>aumenteranno di numero solo gli abitanti dei Paesi che oggi hanno scarsi consumi pro-capite</strong>, e che invece (ahimè) vogliono anch’essi lavatrici e frigoriferi, automobili e condizionatori, che vogliono viaggiare, fare vacanze e avere più beni e proprietà.</p>
<p>Certo, sarebbe bello se tutti i cinesi continuassero ad andare solo e sempre in bicicletta. Ma non è così. <strong>I consumi di energia aumenteranno</strong>. E non di poco.<br />
Di quanto? Secondo l’IEA del 38-40% al 2030, salendo a <strong>16,8 miliardi di tep</strong>. Ma questo solo se 1 miliardo di persone continuerà a non avere accesso all’elettricità e se, nel complesso, 3 miliardi avranno consumi quasi irrisori.</p>
<p>Ci sarà energia per tutti? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo per certo è che, nella  ipotesi più plausibile, l&#8217;energia ci sarà, ma <strong>costerà molto più di oggi</strong>. E solo a condizione  che si sfruttino tutte, ma proprio tutte le risorse disponibili. Petrolio, gas e carbone soprattutto, poi le fonti rinnovabili, e infine anche il nucleare, pur con i rischi che presenta.<br />
E non basterà. La vera speranza sta infatti nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie. Che fortunatamente ci sono, molte addirittura strabilianti eppure già in fase di sviluppo e promettenti. Anche se al momento non sembrano interessare gran che la politica del nostro Paese.</p>



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		<title>Il nucleare indispensabile per il clima, secondo le agenzie energetiche dell&#8217;OCSE</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 23:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni CO2]]></category>
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		<description><![CDATA[Per tagliare sul serio le emissioni di gas serra &#8211; ridurre cioè del 50% le emissioni di CO2 dovute al settore energetico - occorrerà arrivare a produrre con il nucleare il 25% dell&#8217;elettricità mondiale. Lo afferma la Roadmap sulle tecnologie energetiche  presentata all&#8217;Asian Climate Forum tenutosi a Seul il 16 giugno dall&#8217;International Energy Agency (IEA) e dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per tagliare sul serio le emissioni di gas serra &#8211; ridurre cioè del 50% le emissioni di CO2 dovute al settore energetico - occorrerà arrivare a <strong>produrre con il nucleare il 25% dell&#8217;elettricità mondiale</strong>.<br />
Lo afferma la <em>Roadmap </em>sulle tecnologie energetiche  presentata all&#8217;Asian Climate Forum tenutosi a Seul il 16 giugno dall&#8217;International Energy Agency (IEA) e dalla Nuclear Energy Agency (NEA), le due principali agenzie energetiche dell&#8217;OCSE (l&#8217;organizzazione per la cooperazione tra Paesi industrializzati).<br />
<a rel="attachment wp-att-410" href="http://www.enerblog.it/il-nucleare-indispensabile-per-il-clima-secondo-le-agenzie-energetiche-dellocse.html/sviluppo_nucleare"><img class="alignleft size-full wp-image-410" style="margin-top: 6px; margin-bottom: 6px; margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Sviluppo_nucleare" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/06/Sviluppo_nucleare.jpg" alt="" width="319" height="316" /></a>Al momento, si legge nel dossier, la potenza nucleare installata (373.000 MW) soddisfa il 14% della domanda elettrica mondiale. Nello scenario di una riduzione del 50% delle emissioni di CO2 entro il 2050, <strong>l&#8217;IEA stima che la capacità nucleare debba arrivare a 1,2 milioni di MW entro il 2050</strong>, fornendo così (considerata la maggiore domanda globale che verrà nel frattempo registrata) appunto circa il 25% del fabbisogno mondiale di elettricità a quella data.</p>
<p>Dunque: triplicare l&#8217;attuale potenza installata.<strong> Un programma “ambizioso” ma “realizzabile”</strong> secondo la <em>Roadmap, </em>che rileva come il nucleare sia una tecnologia matura, senza emissioni di CO2 e pronta a espandersi rapidamente nel prossimo decennio. «Gli ultimi reattori ora in fase di realizzazione in diversi Paesi del mondo – afferma l&#8217;IEA – sono costruiti sulla base di oltre 50 anni di sviluppo tecnologico» e sono «affidabili e competitivi» per diventare «pilastri per l&#8217;espansione del nucleare dopo il 2020».</p>
<p>Ovviamente<strong> rimangono alcuni nodi cruciali da superare</strong> per garantire una completa<span id="more-409"></span> rinascita del nucleare. <strong>Nodi di tipo politico, industriale e finanziario</strong>. Per questo l&#8217;IEA e la NEA esortano a impegni politici chiari e stabili, a progressi nell&#8217;attuazione dei piani di smaltimento delle scorie e a sistemi di salvaguardia per prevenire la proliferazione nucleare.<br />
<strong>La maggiore sfida è però rappresentata dai finanziamenti</strong>. «In alcuni casi i governi dovranno fornire delle garanzie fino a che i programmi per la realizzazione del nucleare non saranno consolidati».</p>
<p>Secondo l&#8217;IEA e la NEA, a lungo termine «il continuo sviluppo dei reattori e delle tecnologie del ciclo di combustibile sarà importante per il mantenimento della competitività dell&#8217;energia nucleare», mentre le nuove tecnologie ora in fase di sviluppo «offrono potenzialmente maggiore sostenibilità, economia, sicurezza e affidabilità».<br />
«L&#8217;energia nucleare &#8211; ha sottolineato il direttore dell&#8217;IEA, Nobuo Tanaka &#8211; è una delle tecnologie chiave a basse emissioni di CO2 che possono contribuire (insieme all&#8217;efficienza energetica, alle rinnovabili e alle tecnologie di cattura e sequestro della CO2)  alla &#8220;decarbonizzazione&#8221; delle forniture di energia elettrica entro il 2050».</p>



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		</item>
		<item>
		<title>Raggiungeremo l&#8217;obiettivo di coprire con le rinnovabili il 17% della domanda di energia al 2020?</title>
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		<pubDate>Wed, 12 May 2010 17:11:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[competitività]]></category>
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		<description><![CDATA[Ci sembra interessante la risposta che, alla domanda del titolo, ha fornito Corrado Clini (Direttore generale Sviluppo sostenibile, clima ed energia del Ministero dell&#8217;Ambienteì &#8211; nella foto) in una intervista pubblicata dal mensile Espansione (maggio 2010, pag. 25). La pubblichiamo integralmente, precisando che si tratta solo di una parte della più ampia intervista. D.  Nel [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ci sembra interessante la risposta che, alla domanda del titolo, ha fornito <strong>Corrado Clini</strong> (Direttore generale Sviluppo sostenibile, clima ed energia del Ministero dell&#8217;Ambienteì &#8211; <em>nella foto</em>) in una intervista pubblicata dal mensile <em>Espansione</em> (maggio 2010, pag. 25).<br />
La pubblichiamo integralmente, precisando che si tratta solo di una parte della più ampia intervista.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/Clini_corrado-3.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-379" style="margin: 5px 10px;" title="Clini_corrado-3" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/Clini_corrado-3.jpg" alt="" width="300" height="320" /></a><br />
<strong><span style="color: #0000ff;">D.</span></strong>  <strong>Nel 2020 l&#8217;Italia dovrà coprire il 17% dei consumi totali di energia (elettrica, termica e trasporti) con fonti rinovabili. È fattibile?</strong></p>
<p><span style="color: #0000ff;"><strong>R.</strong></span>  «Credo che non andremo oltre il 12-14%. La causa qui è politica, o meglio di un difetto della politica italiana non certo nuovo: quello di definire e farsi carico di obiettivi più sulla base di motivazioni politico-etiche, che non sull&#8217;analisi puntuale della realtà, di quanto certi target siano poi concretamente realizzabili, con quali risorse e quale tempistica.<br />
Le aspirazioni, quando si assumono impegni, non bastano.<br />
Altro aspetto negativo è non aver investito in ricerca per sviluppare un&#8217;industria nazionale innovativa nel settore delle tecnologie sostenibili. Oggi siamo un grande centro di montaggio, con l&#8217;85% delle tecnologie installate tutte di importazione. Abbiamo concentrato gli sforzi a valle, privilegiando gli incentivi ai consumatori finali.  Altri Paesi hanno affrontato invece il problema a monte. Come la Corea, che ha dato la pecedenza agli investimenti alla ricerca e all&#8217;industria.<br />
L&#8217;Italia non ha molte alternative e deve decidere in fretta: o si assume gli oneri delle sanzioni per non aver rispettato gli impegni o diventa competitiva investendo in nuove tecnologie, utilizzando per sostenere le imprese le risorse che si libereranno dai tagli giàannunciati agli incentivi».</p>



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<br/><br/>]]></content:encoded>
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		<title>L&#8217;Italia per quasi un decennio non avrà bisogno di nuove centrali. Perchè, allora, dobbiamo costruirle oggi?</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 23:15:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
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		<description><![CDATA[A fine 2008 (ultimi dati ufficiali disponibili da Terna) la potenza elettrica efficiente netta installata in Italia era di 98.625 MW (102.336 MW lordi). Ovviamente, non tutta questa potenza è sempre disponibile, sia perché gli impianti possono avere guasti e in ogni caso vanno periodicamente fermati per manutenzione, sia perché la produzione delle rinnovabili (in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A fine 2008 (ultimi dati ufficiali disponibili da Terna) la<strong> potenza elettrica efficiente netta installata in Italia era di 98.625 MW (102.336 MW lordi)</strong>.<br />
Ovviamente, non tutta questa potenza è sempre disponibile, sia perché gli impianti possono avere guasti e in ogni caso vanno periodicamente fermati per manutenzione, sia perché la produzione delle rinnovabili (in particolare acqua e vento) è legata alla disponibilità della risorsa, sia per altri motivi tecnici ed anche economici.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/termo_PortoCorsini-411.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-367" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="termo_PortoCorsini-411" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/termo_PortoCorsini-411.jpg" alt="" width="290" height="245" /></a>Ma comunque è un dato di fatto che <strong>in Italia c&#8217;è abbondanza di potenza elettrica rispetto alle esigenze della domanda</strong>. Che nella sua punta massima (ore 12 del 26 giugno) nel 2008 ha impegnato <strong>55.292 MW </strong>(la massima storica, nel giugno 2007, è stata di 56.822 MW).</p>
<p>Peraltro va anche detto che, oltre alla potenza nazionale, <strong>resta disponibile la risorsa dell’importazione, cui nel 2008 abbiamo attinto per l’equivalente di oltre l’11% della domanda complessiva </strong>(da sottolineare che importiamo elettricità non per bisogno, ma esclusivamente per ragioni economiche, poiché l’energia importata ci costa meno di quella che produciamo, pur considerando che chi ce la vende non lo fa a prezzo di costo, ma guadagnandoci sopra).<br />
Infine si aggiunga che <strong>nel 2009 la domanda elettrica è diminuita di circa il 7% rispetto al 2008, mentre la potenza installata continua ad aumentare</strong>.<br />
Nel 2009 sono infatti entrati in servizio non meno di 2.830 nuovi MW (1.400 MW termoelettrici a gas, 620 MW eolici, 170 MW da biomasse, 40 MW geotermici, oltre 600 MW fotovoltaici).</p>
<p>In questa situazione, considerato che gran parte del parco termoelettrico è costretto a funzionare a potenza ridotta o per un numero limitato di ore, <strong>perché dovremmo continuare a costruire nuove centrali? </strong>Tecnicamente, infatti, non ne avremmo bisogno per svariati anni, tanto più che<span id="more-366"></span> nell’attuale contesto economico, ci vorranno non meno di 3 anni prima di tornare ai livelli di domanda del 2007-2008.</p>
<p>Ovviamente <strong>non abbiamo necessità di nuova potenza per risparmiare</strong>, perché nessun impianto da costruire, di nessun tipo, potrà mai produrre a costi inferiori degli impianti che già esistono. Allora perché?</p>
<p><strong>Per due motivi, il primo dei quali </strong><strong>è legato alle esigenze ambientali </strong>e agli impegni di riduzione delle emissioni che abbiamo assunto a livello internazionale.<br />
È il motivo per cui vengono incentivati e si costruiscono impianti rinnovabili. Questi impianti, secondo i canoni classici delle dottrine economiche, dovrebbero essere considerati una assurdità nell’attuale situazione di abbondanza di potenza disponibile, perché producono energia della qualità più bassa al prezzo più alto, e in alcuni di casi di moltissimo. Tuttavia l’economia classica non considera le nuove esigenze ambientali, che invece oggi non possono essere eluse. <strong>Quindi le rinnovabili sono una necessità</strong>. Magari occorrerebbe evitare di sprecare soldi e cercare di sviluppare le fonti e le tecnologie rinnovabili più efficienti e/o meno costose o almeno che abbiano i maggiori ritorni positivi per il sistema Paese. Ma questo è un altro discorso. Nel complesso si tratta di una opzione cui non possiamo rinunciare e che però trova un suo <strong>limite negli aspetti economici da un lato </strong>(che possono essere sacrificati solo fino a un certo punto) <strong>e in quelli tecnici dall’altro</strong> (che invece sono vincolanti). E infatti, pur con tutti gli sforzi e gli incentivi messi in campo, non riusciremo a sviluppare le rinnovabili nemmeno per raggiungere gli obiettivi al 2020 che abbiamo sottoscritto.</p>
<p><strong>Il secondo motivo per cui dobbiamo realizzare nuove centrali è che l’attuale situazione di abbondanza di capacità elettrica non durerà per sempre</strong>.<br />
Il parco di generazione italiano è complessivamente abbastanza giovane ed efficiente. Ma comunque nei prossimi 10-15 anni ci sarà un notevole numero di centrali che dovrà essere sostituito per obsolescenza: si tenga presente che in Italia sono in servizio 651 impianti termoelettrici per circa 70.400 MW (senza considerare 469 impianti termoelettrici di autoproduttori e tutti gli impianti rinnovabili – <em>dati gennaio 2009</em>). <strong>Inoltre la domanda di elettricità è comunque destinata a crescere</strong>, seppur in modo rallentato rispetto alle previsioni di qualche anno fa. Tanto più che (anche per esigenze ambientali) molti usi termici tenderanno ad essere sostituiti con usi elettrici. Stiamo parlando di <strong>almeno 30.000 MW da sostituire entro il 2025</strong>.</p>
<p>Il problema che si pone è dunque: <strong>con quali tecnologie sostituiremo questa potenza? </strong>Che per giunta è in gran parte di base, cioè tecnicamente non sostituibile con fonti rinnovabili, perchè deve restare in servizio anche di notte e quando non c&#8217;è vento o il cielo è nero di nuvole. Con il carbone? Ancora con il gas? O con il nucleare?</p>



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		<title>Le rinnovabili? Costose e poco incisive. Parola di Scaroni</title>
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		<pubDate>Thu, 22 Apr 2010 00:37:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Riportiamo una brevissima sintesi dell&#8217;intervento tenuto dall&#8217;Amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni,  alla World Economic Outlook Conference, organizzato a Roma da IHS Global Insight. Il testo è tratto dall&#8217;agenzia specializzata Quotidiano Energia. Le fonti rinnovabili, ha affermato Scaroni «hanno ancora bisogno di massicci investimenti in ricerca e sviluppo e di avanzamenti tecnologici per diventare davvero competitive con [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Riportiamo una brevissima sintesi dell&#8217;intervento tenuto dall&#8217;Amministratore delegato di Eni, Paolo Scaroni,  alla <em><a href="http://guest.cvent.com/EVENTS/Info/Summary.aspx?e=5a300120-b18e-48d9-bf67-1787b02a7d4f" target="_blank">World Economic Outlook Conference</a></em>, organizzato a Roma da IHS Global Insight. Il testo è tratto dall&#8217;agenzia specializzata <a href="http://www.quotidianoenergia.it/" target="_blank">Quotidiano Energia</a>.</p>
<p><a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/04/Paolo_Scaroni.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-362" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px; margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Paolo_Scaroni" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/04/Paolo_Scaroni.jpg" alt="" width="250" height="279" /></a><strong>Le fonti rinnovabili</strong>, ha affermato Scaroni «hanno ancora bisogno di massicci investimenti in ricerca e sviluppo e di avanzamenti tecnologici per diventare davvero competitive con i combustibili fossili. La crisi economica ha accentuato ancora di più questa tendenza, il calo dei prezzi dell’energia tradizionale ha causato una forte riduzione degli investimenti nelle rinnovabili».<br />
<strong><br />
Particolarmente oneroso, secondo l’A.D. di Eni è il solare</strong>: «1 kWh ottenuto con l’energia fotovoltaica costa sei volte rispetto a 1 kWh ottenuto con il gas». Ci sono poi anche problemi di spazio: «anche se tutta l’Italia fosse ricoperta di pannelli solari e la popolazione venisse trasferita su navi &#8211; ha dichiarato -avremmo comunque a disposizione 1/4 dell’energia necessaria».</p>
<p>Allo stato attuale delle tecnologie per Scaroni «<strong>il futuro del solare è ancora nella piccola quantità</strong>».<br />
<strong>Più competitivo invece l’eolico, anche se i problemi non mancano</strong>: «dove c’è molto vento non abita nessuno e quindi l’energia prodotta andrebbe comunque trasportata con un aumento dei costi». Senza dimenticare il nodo intermittenza della generazione eolica.</p>
<p>In sostanza, ha concluso Scaroni «<strong>le rinnovabili vanno bene se costituiscono una piccola parte del totale</strong>». Se invece la percentuale aumentasse, «ne risentirebbe la bolletta dei consumatori e si complicherebbe l’equilibrio del sistema».</p>



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		<title>L&#8217;ipotesi Albania e la responsabilità nucleare</title>
		<link>http://www.enerblog.it/lipotesi-albania-e-la-responsabilita-nucleare.html</link>
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		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 21:45:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Allbania]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[politica energetica]]></category>
		<category><![CDATA[sicurezza nucleare]]></category>

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		<description><![CDATA[Perseguire la possibilità di realizzare centrali nucleari in altri Paesi, ad esempio in Albania &#8211; a nostro avviso è un bene. Volenti o nolenti quello nucleare è un business che a livello internazionale è ripartito, e noi possiamo solo decidere o di (più o meno) parteciparvi, oppure di stare a guardare gli altri che fanno. E [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Perseguire la possibilità di realizzare centrali nucleari in altri Paesi, ad esempio in Albania &#8211; a nostro avviso è un bene. Volenti o nolenti <strong>quello nucleare è un business che a livello internazionale è ripartito</strong>, e noi possiamo solo decidere o di (più o meno) parteciparvi, oppure di stare a guardare gli altri che fanno.<br />
E delle due &#8211; per un mucchio di motivi che non è nemmeno il caso di riassumere &#8211; è decisamente meglio la prima ipotesi, anche se fosse solo per una partecipazione ridotta.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Nucleare_Paese_Aquile1.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-298" style="margin: 5px 10px;" title="Nucleare_Paese_Aquile" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Nucleare_Paese_Aquile1.jpg" alt="" width="260" height="230" /></a><br />
Caso mai avremmo dovuto muoverci prima, perché sé è vero che difficilmente potremo ormai partecipare al business maggiore (nelle Americhe e in Asia, se non raccogliendo qualche briciola dai nostri partners francesi), quanto meno <strong>nell’est europeo e nell&#8217;area del Mediterraneo un qualche ruolo lo dovremmo perseguire</strong>. E non si tratta comunque di poca cosa, visto che (per citare  solo i Paesi nord-africani) <strong>concreti programmi nucleari sono stati annunciati in Egitto e Marocco</strong>, e si stanno aprendo anche i mercati di <strong>Tunisia</strong>, <strong>Algeria</strong> e probabilmente <strong>Libia</strong>. Tutti Paesi con una domanda elettrica in crescita, ma che stanno programmando impianti di grande potenza anche con la prospettiva di esportare elettricità in Europa, cosa che potranno fare – almeno in parte – solo passando per l’Italia.</p>
<p>Ben venga dunque l’ipotesi di collaborare alla (eventuale) realizzazione del primo reattore nucleare nel “Paese delle aquile”. Ricordando peraltro che <strong>l&#8217;Albania dista dalle coste italiane meno di 80 km</strong>, sicché, di fatto, qualunque reattore là costruito è come se ce lo fossimo messi nel salotto di casa.</p>
<p>Ci auguriamo quindi che i discorsi con l’Albania costituiscano una reale prospettiva di sviluppo industriale, e non siano soprattutto <strong>un modo per aggirare gli ostacoli politici e sociali che si prospettano da noi</strong>. Della serie: troppo difficile fare centrali in Italia?  Bene, allora li facciamo in Albania <span id="more-296"></span>(o in Montenegro o in Tunisia) e poi importiamo l’elettricità a costi ridotti.</p>
<p>Oddio, vista la ridotta competitività del nostro sistema energetico, dovuta agli alti costi dell’energia che dobbiamo sopportare, anche questa potrebbe essere una mossa ragionevole.<br />
Ma ci piacerebbe molto meno della prima ipotesi. Per <strong>motivi di sicurezza, ma anche per motivi etici</strong>.<br />
Etici, si. Un argomento sul quale converrà ritornare, perché sta diventando vergognosa – oltre che economicamente deleteria – la prassi vigente nel nostro Paese di pensare che si possa evitare ogni rischio, pagando per scaricarli sugli altri.</p>
<p>Qui, però, vogliamo mettere <strong>l’accento soprattutto sull’aspetto sicurezza</strong>.<br />
Diciamoci la verità. Se doveste valutare il livello di sicurezza ad una centrale in Italia e di una in Albania, a quale dareste il punteggio maggiore?<br />
Non che una centrale in Albania sia di per sé meno sicura di una in Italia: non è che gli ingegneri albanesi sono meno bravi o che i controlli internazionali siano là meno severi.<br />
Il fatto è che <strong>il livello di sicurezza davvero garantito dagli organismi internazionali è quello minimo</strong>. Oltre questo livello di garanzia, assolutamente necessario e preteso, <strong>il livello “massimo” è connesso all’efficienza del sistema Paese</strong>. E si può dire quel che si vuole sull’Italia, ma una centrale costruita nel nostro territorio avrebbe sicuramente il livello di sicurezza massimo. Infatti in Lituania è stata per anni in esercizio una centrale (finalmente chiusa un mese fa), e un&#8217;altra è ancora in servizio in Bulgaria, che qui in Italia sarebbero state chiuse da (molti) anni.</p>
<p>Insomma, siamo certi che se, ad un certo punto, <strong>oltre alle valutazioni sulla sicurezza cominciassero a farsi sentire anche valutazioni di tipo economico, In Italia quest&#8217;ultime avrebbero meno peso</strong> e la spinta dell’opinione pubblica farebbe comunque fermare la centrale e provvedere ad elevare la sicurezza. Altrove, in Paesi meno sviluppati, come è l’Albania, crediamo che verrebbe fatto con meno certezza (o con meno prontezza, se preferite) che qui da noi.</p>
<p>Non prendiamoci in giro. Non è realizzando centrali in contesti meno avanzati a 100 km dall’Italia che si sta più sicuri. <strong>La sicurezza deriva prima di tutto da una seria e consapevole assunzione di responsabilità</strong>.</p>



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		<title>Perché è proprio questo il momento per investire nel nucleare</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 12:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Informazione e comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[competitività]]></category>
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		<description><![CDATA[Con il gran parlare che si fa di nucleare si e nucleare no, di fonti rinnovabili che ovunque si stanno sviluppando a ritmi forsennati tranne che in Italia, di risparmio e di efficienza che sarebbero la nostra più importante fonte di energia se solo volessimo, se solo ci impegnassimo ……a noi sembra proprio che per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con il gran parlare che si fa di nucleare si e nucleare no, di fonti rinnovabili che ovunque si stanno sviluppando a ritmi forsennati tranne che in Italia, di risparmio e di efficienza che sarebbero la nostra più importante fonte <a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Italia_Pizzamandolino1.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-283" style="margin: 5px 10px;" title="Italia_Pizza&amp;mandolino" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/02/Italia_Pizzamandolino1.jpg" alt="" width="268" height="287" /></a>di energia se solo volessimo, se solo ci impegnassimo ……a noi sembra proprio che <strong>per il cittadino italiano sia impossibile percepire il senso delle cose, relativamente all’energia</strong>.<br />
Anche ammesso che abbia voglia di informarsi e di diventare un cittadino più consapevole, infatti, <strong>non ha strumenti per farlo</strong>. Meglio: non gli vengono offerti strumenti per farlo.</p>
<p>Il vero problema è che l’informazione – tutti i quotidiani, senza eccezioni e senza differenza di orientamenti politici, e soprattutto la fondamentale informazione televisiva &#8211;  parlando di energia (quando lo fanno) si danno all’orgia del populismo. Sparano <strong>notiziole irrilevanti come fossero conquiste della tecnica e dello</strong> <strong>sviluppo, purché facciano sognare</strong>: le celle fotovoltaiche ai lamponi, l’economia di domani che va ad idrogeno, la centrale solare nello spazio, i batteri che mangiano rifiuti e defecano petrolio, il politico che promette (ai disoccupati di oggi) posti di lavori grazie ad un prossimo sviluppo basato solo sulle energie verdi ….</p>
<p>Nessuno che si prenda la briga di precisare che stiamo parlando di buoni propositi che nella realtà, nell’economia reale, sono (ancora) quisquilie. Nessuno che ricordi che <strong>il mondo va ancora (nell’ordine) a petrolio, carbone e gas</strong>. E soprattutto nessuno che precisi che ancora per 2-3 decenni andrà a petrolio, carbone e gas, come invece periodicamente ricorda l’Agenzia internazionale dell’energia.</p>
<p><strong>Non è dunque sui buoni propositi che si deve fare affidamento</strong> in questo contesto internazionale, in questa Italia, in questo momento. I buoni propositi vanno coltivati, finanziati, arricchiti e sviluppati. Ma intanto non si può contare sul grano seminato ieri per il pane che si vuole spezzare a tavola tra due ore. Quel grano, e solo se sapremo coltivarlo bene<span id="more-281"></span> e farlo rendere, ci darà pane non prima di 8-10 mesi, che fuor di metafora, nel caso dell&#8217;energia, vuol dire 8-10 anni.</p>
<p><strong>Qualunque scenario si voglia immaginare</strong> per il mercato degli idrocarburi, anche nel caso che (come sembra probabile) di petrolio e gas ce ne sia molto più di quanto gli sprovveduti o gli allarmisti vogliono far credere, certamente i bassi costi degli anni ’90 ce li possiamo scordare. Sarà perché il forte aumento della domanda nei Paesi in via di sviluppo creerà tensioni sui prezzi, sarà perché le nuove risorse richiedono investimenti maggiori per essere sfruttate, sarà per altri motivi&#8230; in ogni caso i prezzi degli idrocarburi tenderanno ad aumentare. E ricordiamo che oggi il barile si sta assestando sui 70- 80 dollari, una cifra che quasi ci tranquillizza nella necessità di far buon viso al gioco corrente, ma che solo tre anni fa metteva paura.</p>
<p>Ora come ora non sembra reale il rischio di una carenza fisica di energia (salvo il sempre possibile caso di interruzioni sulle forniture dei gasdotti). Ma resta <strong>il problema dei costi</strong>. O meglio, resta il problema che tutti tacciono (dato che non possono farci niente nel breve termine) e cioè che la struttura energetica italiana è fortemente penalizzante per la nostra competitività. E lo sarà sempre di più, visto che per almeno altri dieci anni dipenderemo dal petrolio e (in maniera ancora maggiore) dal gas di importazione e che gli investimenti in fonti rinnovabili hanno costi elevatissimi in cambio di una scarsa quantità di energia e per giunta di pessima qualità.</p>
<p><strong>Anche noi vorremmo energia abbondante e pulita</strong>, senza inquinamento e a basso costo, senza impatti sul clima globale e di facile gestione. E la vorremmo presto, anzi <strong>la vorremmo subito</strong>. In qualche modo anche noi, e anche per l’energia, vorremmo tutto e subito.</p>
<p>Ma è possibile? Ed è possibile senza tener alcun conto della competizione internazionale?<br />
“La Repubblica” di oggi ci ricorda che le multinazionali stanno abbandonando l’Italia. Lo stanno facendo l’Alcoa e la Motorola, la Pfizer e l’Alcatel, la Merck Sharpe e la Videocon, la Wyeth, Severstal, Nestlè, Nokia, Glaxo, Yamaha e altre. E ci ricorda anche i motivi: «il peso della burocrazia, il costo dell’energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile». Due motivi su quattro hanno a che fare con l&#8217;argomento del nostro post.<br />
E il bello è che le multinazionali che se ne vanno, non lo fanno per trasferirsi in Malaysia, in India o in Vietnam. L’Alcoa ci lascia per andare in Arabia Saudita semplicemente perché là l’energia costa meno, la Nokia chiude a Cinisiello Balsamo per aprire nel Texas, la Yamaha chiude in Brianza per andare in Spagna.</p>
<p>C’è l’urgente necessità di programmare cambiamenti realistici (dal punto di vista della competitività) in tempi ragionevoli. <strong>Ecco perché è questo il momento di investire nell’energia nucleare</strong>, oltre che nell’ampliamento e nella razionalizzazione delle altre infrastrutture.</p>
<p>Diciamoci la verità: con le scelte assurde fatte in passato oggi noi paghiamo l&#8217;energia elettrica molto più degli altri Paesi, ma per quantità ne abbiamo in abbondaza. Tanta che non avremmo nessuna esigenza di nuove centrali, né nucleari, né solari, né eoliche, né di altro tipo. Ma non sarà così tra dieci anni, che è esattamente il tempo che ci serve per pianificare e realizzare un adeguato rientro dell’Italia nel nucleare. Se lasciassimo la demagogia e ci concentrassimo sul punto che – ripetiamo – è per noi fondamentale. Cioè la competitività del sistema Paese.</p>



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