La radioattività è un fenomeno naturale. Consiste nel processo di disintegrazione spontanea dei nuclei di alcuni elementi, durante il quale vengono emessi frammenti nucleari, singole particelle e radiazioni elettromagnetiche di elevata energia che possono interagire con la materia o i tessuti organici provocando fenomeni di ionizzazione. Nel caso dei tessuti biologici tale interazione può portare a danneggiamento delle cellule. Un danno che nella maggior parte dei casi viene riparato dai normali meccanismi di difesa dell’organismo ma che, comunque, dipende dal tipo di radiazione, dalla sua entità e dal tempo di esposizione.

Si tratta di un fenomeno complesso, che in questa sede affrontiamo senza dettagli tecnici solo per sottolineare che si tratta di un fenomeno del tutto naturale, che da sempre ha accompagnato l’origine e lo sviluppo della vita. Cercando di capire perché, in relazione agli allarmismi che alcuni hanno interesse a diffondere circa la gestione delle centrali e dei rifiuti nucleari, i timori per i rischi radioattivi siano del tutto irragionevoli e dettati solo da scarsa conoscenza.

La radioattività può avere origine naturale o artificiale e, nel Sistema Internazionale, si misura in Gray (Gy, misura la dose assorbita) e in Sievert (Sv, misura la dose equivalente di radiazione in relazione agli effetti biologici sull’organismo). È importante sottolineare che non c’è differenza qualitativa tra la radioattività naturale e artificiale: sono entrambe dovute esattamente agli stessi fenomeni fisici.

La radioattività artificiale è quella che si genera a seguito di attività umane, quali: produzione di energia, apparecchiature mediche per diagnosi e cure, apparecchiature industriali, attività di ricerca, eventuali attività militari eccetera. Le attività non militari sono rigorosamente regolate da legislazioni nazionali (in Italia la norma di riferimento è il decreto legislativo n. 230 del 17 marzo 1995 e successive modifiche e integrazioni. Vale precisare che stiamo parlando di radiazioni ionizzanti: quelle ad opera di onde radio – emesse da cellulari, antenne, forni a microonde eccetera – non generano ionizzazione e, quindi, non costituiscono radiazioni nucleari).

La radioattività naturale è dovuta alla presenza di radiazioni provenienti dal cosmo, alle interazioni tra queste e l’atmosfera e alla presenza di molti elementi radioattivi esistenti fin dalle origini della Terra e presenti ovunque nell’aria, nel suolo, nelle acque e perfino nel nostro corpo.

Mediamente la dose di radiazione che assorbiamo dal fondo naturale è dell’ordine di circa 3 mSv (milliSievert) l’anno. Questo valore medio è però fortemente variabile da luogo a luogo: si va da un minimo di poco superiore  a 1 mSv, fino ad un massimo di 260 mSv nella città iraniana di Ramsar. In Italia, ad esempio, come media regionale, la differenza è di circa il 400% tra i minimi della Val d’Aosta e della Sardegna e i massimi della Campania e del Lazio. Inoltre i valori variano anche in relazione all’altitudine (praticamente la dose raddoppia in modo lineare ogni 1.000 metri, motivo per cui si è maggiormente esposti durante i viaggi in aereo, che fortunatamente durano solo poche ore!).
Elementi radioattivi sono inoltre presenti nei cibi, sia di origine animale, sia vegetale (la dose media assorbita è di circa 0,2 mSv l’anno), come pure nel corpo umano (0,4 mSv l’anno).

A tutto ciò vanno aggiunte le dosi che vengono normalmente assorbite dalle attività quotidiane. Gli oggetti di porcellana, i graniti, le piastrelle, gli oggetti di cristallo di cui ci circondiamo emettono una dose di radiazioni che è mediamente calcolata in 0,001 mSv l’anno. Molto maggiore (0,01 mSv) è la dose annua che assorbiamo dagli schermi di computer e televisori. E ancora maggiori sono le dosi assorbite da pratiche mediche: una radiografia convenzionale può dare una dose di 1 mSv, una TAC fino a 4 mSv, una PET o una scintigrafia fino a 20 mSv.

In questo contesto le esposizioni della popolazione alla radioattività prodotta dagli impianti nucleari sono davvero minime (circa 0,001 mSv), di gran lunga inferiori a quelle dovute a tutte le altre cause sopra citate.

Il problema dell’esposizione alle radiazioni è serissimo, ma il modo con cui molti lo stanno oggi utilizzando per contrastare l’ipotesi di un nuovo ricorso all’energia elettronucleare è allarmistico e del tutto irresponsabile.
Che l’esposizione a dosi elevate e concentrate di radiazioni sia dannoso per gli organismi animali è purtroppo ben noto. Ma per osservare effetti evidenti si devono raggiungere dosi elevatissime: occorre assorbire 1 Sv in un’ora (attenzione, finora si è parlato di milliSievert l’anno) per constatare lievi alterazioni temporanee nell’emoglobina, almeno 2-3 Sv per subire danni seri e 4-5 Sv per rischi di morte.

Invece i rischi di cui si parla minacciosamente (vedi il recente articolo di Repubblica di cui abbiamo parlato nel precedente post) sono quelli attribuiti alle basse dosi di radiazioni. Cioè quelle dentro cui la vita umana è nata e si è evoluta (per modo di dire: milioni di anni fa la radioattività naturale era mooolto più forte di oggi). E lo si fa ben sapendo che non esiste un solo studio scientifico – uno – che sia giunto a conclusioni affidabili in merito ad eventuali rischi.

Ad esempio, ricerche scientifiche autorevoli ipotizzano che si può avere un aumento misurabile del 10% dell’insorgenza di tumori a causa di radiazioni per una dose complessiva assorbita di circa 2,5 Sv. Questo, in una situazione come quella italiana, significa un’esposizione continuativa di 260 mSv l’anno (oltre 50 volte la dose media che si può assorbire in Italia) per un totale di circa 10 anni. Ebbene questo caso è la normalità nella città iraniana di Ramsar (260 mSv l’anno) dove, anzi, le persone che ci vivono assorbono tali dosi per l’intera vita, cioè molto più di 10 anni, senza che si sia mai riscontrata una maggiore percentuale di tumori (vedi qui uno dei molti studi disponibili al riguardo).

Condividi:

  • Print
  • Digg
  • del.icio.us
  • Facebook
  • Google Bookmarks
  • RSS
  • Technorati
  • Twitter
  • Yahoo! Bookmarks
  • Diggita
  • LinkedIn
  • PDF
  • StumbleUpon