Perché è proprio questo il momento per investire nel nucleare
Con il gran parlare che si fa di nucleare si e nucleare no, di fonti rinnovabili che ovunque si stanno sviluppando a ritmi forsennati tranne che in Italia, di risparmio e di efficienza che sarebbero la nostra più importante fonte
di energia se solo volessimo, se solo ci impegnassimo ……a noi sembra proprio che per il cittadino italiano sia impossibile percepire il senso delle cose, relativamente all’energia.
Anche ammesso che abbia voglia di informarsi e di diventare un cittadino più consapevole, infatti, non ha strumenti per farlo. Meglio: non gli vengono offerti strumenti per farlo.
Il vero problema è che l’informazione – tutti i quotidiani, senza eccezioni e senza differenza di orientamenti politici, e soprattutto la fondamentale informazione televisiva – parlando di energia (quando lo fanno) si danno all’orgia del populismo. Sparano notiziole irrilevanti come fossero conquiste della tecnica e dello sviluppo, purché facciano sognare: le celle fotovoltaiche ai lamponi, l’economia di domani che va ad idrogeno, la centrale solare nello spazio, i batteri che mangiano rifiuti e defecano petrolio, il politico che promette (ai disoccupati di oggi) posti di lavori grazie ad un prossimo sviluppo basato solo sulle energie verdi ….
Nessuno che si prenda la briga di precisare che stiamo parlando di buoni propositi che nella realtà, nell’economia reale, sono (ancora) quisquilie. Nessuno che ricordi che il mondo va ancora (nell’ordine) a petrolio, carbone e gas. E soprattutto nessuno che precisi che ancora per 2-3 decenni andrà a petrolio, carbone e gas, come invece periodicamente ricorda l’Agenzia internazionale dell’energia.
Non è dunque sui buoni propositi che si deve fare affidamento in questo contesto internazionale, in questa Italia, in questo momento. I buoni propositi vanno coltivati, finanziati, arricchiti e sviluppati. Ma intanto non si può contare sul grano seminato ieri per il pane che si vuole spezzare a tavola tra due ore. Quel grano, e solo se sapremo coltivarlo bene e farlo rendere, ci darà pane non prima di 8-10 mesi, che fuor di metafora, nel caso dell’energia, vuol dire 8-10 anni.
Qualunque scenario si voglia immaginare per il mercato degli idrocarburi, anche nel caso che (come sembra probabile) di petrolio e gas ce ne sia molto più di quanto gli sprovveduti o gli allarmisti vogliono far credere, certamente i bassi costi degli anni ’90 ce li possiamo scordare. Sarà perché il forte aumento della domanda nei Paesi in via di sviluppo creerà tensioni sui prezzi, sarà perché le nuove risorse richiedono investimenti maggiori per essere sfruttate, sarà per altri motivi… in ogni caso i prezzi degli idrocarburi tenderanno ad aumentare. E ricordiamo che oggi il barile si sta assestando sui 70- 80 dollari, una cifra che quasi ci tranquillizza nella necessità di far buon viso al gioco corrente, ma che solo tre anni fa metteva paura.
Ora come ora non sembra reale il rischio di una carenza fisica di energia (salvo il sempre possibile caso di interruzioni sulle forniture dei gasdotti). Ma resta il problema dei costi. O meglio, resta il problema che tutti tacciono (dato che non possono farci niente nel breve termine) e cioè che la struttura energetica italiana è fortemente penalizzante per la nostra competitività. E lo sarà sempre di più, visto che per almeno altri dieci anni dipenderemo dal petrolio e (in maniera ancora maggiore) dal gas di importazione e che gli investimenti in fonti rinnovabili hanno costi elevatissimi in cambio di una scarsa quantità di energia e per giunta di pessima qualità.
Anche noi vorremmo energia abbondante e pulita, senza inquinamento e a basso costo, senza impatti sul clima globale e di facile gestione. E la vorremmo presto, anzi la vorremmo subito. In qualche modo anche noi, e anche per l’energia, vorremmo tutto e subito.
Ma è possibile? Ed è possibile senza tener alcun conto della competizione internazionale?
“La Repubblica” di oggi ci ricorda che le multinazionali stanno abbandonando l’Italia. Lo stanno facendo l’Alcoa e la Motorola, la Pfizer e l’Alcatel, la Merck Sharpe e la Videocon, la Wyeth, Severstal, Nestlè, Nokia, Glaxo, Yamaha e altre. E ci ricorda anche i motivi: «il peso della burocrazia, il costo dell’energia, la fragilità delle infrastrutture, la lentezza della giustizia civile». Due motivi su quattro hanno a che fare con l’argomento del nostro post.
E il bello è che le multinazionali che se ne vanno, non lo fanno per trasferirsi in Malaysia, in India o in Vietnam. L’Alcoa ci lascia per andare in Arabia Saudita semplicemente perché là l’energia costa meno, la Nokia chiude a Cinisiello Balsamo per aprire nel Texas, la Yamaha chiude in Brianza per andare in Spagna.
C’è l’urgente necessità di programmare cambiamenti realistici (dal punto di vista della competitività) in tempi ragionevoli. Ecco perché è questo il momento di investire nell’energia nucleare, oltre che nell’ampliamento e nella razionalizzazione delle altre infrastrutture.
Diciamoci la verità: con le scelte assurde fatte in passato oggi noi paghiamo l’energia elettrica molto più degli altri Paesi, ma per quantità ne abbiamo in abbondaza. Tanta che non avremmo nessuna esigenza di nuove centrali, né nucleari, né solari, né eoliche, né di altro tipo. Ma non sarà così tra dieci anni, che è esattamente il tempo che ci serve per pianificare e realizzare un adeguato rientro dell’Italia nel nucleare. Se lasciassimo la demagogia e ci concentrassimo sul punto che – ripetiamo – è per noi fondamentale. Cioè la competitività del sistema Paese.













Lascia un commento