gasdotto

A leggere le disinteressate riflessioni di alcuni autorevoli commentatori, basate su inoppugnabili dati, effettivamente verrebbe da chiedersi: ma che bisogno c’è di nuove centrali nucleari?

I dati sono questi (tutti di fonte Terna, dati consolidati 2008).
In Italia è installata una potenza netta di generazione elettrica di 98.625 MW.
Ovviamente non tutta questa potenza è sempre disponibile. Perché non sempre c’è sufficiente vento per gli impianti eolici o acqua per quelli idroelettrici, perché periodicamente alcuni impianti vengono fermati per manutenzione programmata  mentre altri subiscono imprevisti guasti, perché alcuni impianti sono progettati per funzionare solo in certi periodi dell’anno e per molte altre ragioni. Tuttavia, nel 2008, la disponibilità media è stata di 63.500 MW, cioè molto superiore alla domanda media sulla rete (e peraltro anche alla punta massima, che è stata di 55.292 MW  il 26 giugno alle ore 12). Tant’è vero che, nell’anno, gli impianti a gas hanno generato elettricità per una media di circa 4.000 ore, cioè meno della metà del tempo disponibile.

A fronte di questa abbondanza, nel 2009, la domanda elettrica è diminuita del 7%, e molto probabilmente ci vorranno anni prima che torni ai livelli del 2008. Mentre continuano ad entrare in servizio nuovi impianti a gas: considerando esclusivamente i progetti già autorizzati, nel 2013 la potenza dei soli impianti a ciclo combinato a gas sarà di circa 50.000 MW, cioè quasi uguale al picco di domanda. E parimenti continuano ad entrare in servizio impianti a fonti rinnovabili, che complessivamente incidono molto poco, ma che comunque è aggiungono potenza.
Insomma, abbiamo una grande abbondanza di potenza elettrica. Perché dovremmo realizzare nuovi impianti nucleari?

Il ragionamento sembra logico, ma in realtà non tiene conto di alcuni aspetti che i disinteressati commentatori di cui sopra conoscono benissimo, anche se in questo momento non hanno troppo interesse a considerare.

L’attuale situazione energetica italiana è stata impostata negli anni ‘90, cioè in tempi di vacche grassissime, quando il prezzo stabilmente molto basso del greggio portò ad una deregolamentazione miope che consentì di spingere l’acceleratore dei consumi, da soddisfare con la fonte più adatta alla speculazione finanziaria: il gas. Così ora, per la generazione elettrica, ci troviamo ad essere eccezionalmente sbilanciati su questa fonte, che ha il difetto di essere la più costosa. E non sarebbe un disastro, se anche gli altri Paesi avessero fatto lo stesso. Invece siamo stati gli unici a farlo. Con il risultato che siamo il Paese con l’elettricità più cara, e non di qualche punto percentuale, ma del 30-50% in più, rispetto agli altri Paesi industrializzati.

Allora, per rispondere onestamente alla domanda di cui sopra, ci si ponga almeno un’altra domanda. E cioè: perché importiamo energia elettrica dall’estero (il 12% nel 2008), visto che le centrali italiane sarebbero più che in grado di coprire tutta la domanda nazionale? Oppure: perché realizziamo costosissime centrali a fonti rinnovabili, visto che non abbiamo alcuna necessità di potenza aggiuntiva?

Le risposte sono ovvie. Perché l’energia elettrica (prodotta da centrali nucleari) che importiamo, pur con il margine di guadagno che si riserva il produttore, a noi costa molto meno di quella che possiamo generarci in casa. E perché abbiamo impegni ambientali che ci impongono di generare energia senza emissioni di gas serra.

In quest’ottica il nucleare (proprio in questo momento, e proprio perché la realizzazione di una centrale nucleare richiede 7-8 anni di tempo) ci offre una opportunità unica: tornare a ragionare (almeno un po’)  in termini di programmazione energetica. Il che vuol dire chiedersi in che modo dovremo soddisfare la domanda di energia elettrica a partire dal 2015-2020 in poi.
Con le fonti rinnovabili?  Certamente. Ma in questo modo possiamo ridurre le emissioni di gas serra, non le bollette, che anzi saranno aggravate dai costosissimi incentivi, senza i quali (oggi e ancora per molti anni) le rinnovabili non ci sarebbero. E poi, va bene che siamo un Paese ricco (?), ma quanta potenza rinnovabile potremo realizzare tenendo appunto conto dei vincoli economici? 15.000 MW entro il 2020? Facciamo uno sforzo: diciamo 20.000 MW. Che, in termini di energia prodotta, corrispondono a meno di 5.000 MW di potenza termoelettrica o nucleare.
E poi? Ricorreremo al carbone? Faremo novene e processioni chiedendo il miracolo della moltiplicazione del petrolio e del gas, con prezzi che non aumentino e con forniture sempre abbondanti, senza nessuna crisi geopolitica? O dobbiamo sperare che ci pensi il mercato a risolvere i problemi?
Ma è proprio questo il punto. Il mercato indubbiamente funziona, ma nell’unico modo in cui ha sempre funzionato. Cioè mettendo “fuori mercato” i sistemi meno efficienti e meno evoluti, e premiando quelli più preveggenti e flessibili. Che nel nostro caso vuol dire mettere fuori mercato il sistema Italia, premiando i sistemi dei Paesi che hanno saputo per tempo diversificare il proprio mix di generazione e le proprie fonti di approvvigionamento.

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