Perseguire la possibilità di realizzare centrali nucleari in altri Paesi, ad esempio in Albania – a nostro avviso è un bene. Volenti o nolenti quello nucleare è un business che a livello internazionale è ripartito, e noi possiamo solo decidere o di (più o meno) parteciparvi, oppure di stare a guardare gli altri che fanno.
E delle due – per un mucchio di motivi che non è nemmeno il caso di riassumere – è decisamente meglio la prima ipotesi, anche se fosse solo per una partecipazione ridotta.

Caso mai avremmo dovuto muoverci prima, perché sé è vero che difficilmente potremo ormai partecipare al business maggiore (nelle Americhe e in Asia, se non raccogliendo qualche briciola dai nostri partners francesi), quanto meno nell’est europeo e nell’area del Mediterraneo un qualche ruolo lo dovremmo perseguire. E non si tratta comunque di poca cosa, visto che (per citare  solo i Paesi nord-africani) concreti programmi nucleari sono stati annunciati in Egitto e Marocco, e si stanno aprendo anche i mercati di Tunisia, Algeria e probabilmente Libia. Tutti Paesi con una domanda elettrica in crescita, ma che stanno programmando impianti di grande potenza anche con la prospettiva di esportare elettricità in Europa, cosa che potranno fare – almeno in parte – solo passando per l’Italia.

Ben venga dunque l’ipotesi di collaborare alla (eventuale) realizzazione del primo reattore nucleare nel “Paese delle aquile”. Ricordando peraltro che l’Albania dista dalle coste italiane meno di 80 km, sicché, di fatto, qualunque reattore là costruito è come se ce lo fossimo messi nel salotto di casa.

Ci auguriamo quindi che i discorsi con l’Albania costituiscano una reale prospettiva di sviluppo industriale, e non siano soprattutto un modo per aggirare gli ostacoli politici e sociali che si prospettano da noi. Della serie: troppo difficile fare centrali in Italia?  Bene, allora li facciamo in Albania (o in Montenegro o in Tunisia) e poi importiamo l’elettricità a costi ridotti.

Oddio, vista la ridotta competitività del nostro sistema energetico, dovuta agli alti costi dell’energia che dobbiamo sopportare, anche questa potrebbe essere una mossa ragionevole.
Ma ci piacerebbe molto meno della prima ipotesi. Per motivi di sicurezza, ma anche per motivi etici.
Etici, si. Un argomento sul quale converrà ritornare, perché sta diventando vergognosa – oltre che economicamente deleteria – la prassi vigente nel nostro Paese di pensare che si possa evitare ogni rischio, pagando per scaricarli sugli altri.

Qui, però, vogliamo mettere l’accento soprattutto sull’aspetto sicurezza.
Diciamoci la verità. Se doveste valutare il livello di sicurezza ad una centrale in Italia e di una in Albania, a quale dareste il punteggio maggiore?
Non che una centrale in Albania sia di per sé meno sicura di una in Italia: non è che gli ingegneri albanesi sono meno bravi o che i controlli internazionali siano là meno severi.
Il fatto è che il livello di sicurezza davvero garantito dagli organismi internazionali è quello minimo. Oltre questo livello di garanzia, assolutamente necessario e preteso, il livello “massimo” è connesso all’efficienza del sistema Paese. E si può dire quel che si vuole sull’Italia, ma una centrale costruita nel nostro territorio avrebbe sicuramente il livello di sicurezza massimo. Infatti in Lituania è stata per anni in esercizio una centrale (finalmente chiusa un mese fa), e un’altra è ancora in servizio in Bulgaria, che qui in Italia sarebbero state chiuse da (molti) anni.

Insomma, siamo certi che se, ad un certo punto, oltre alle valutazioni sulla sicurezza cominciassero a farsi sentire anche valutazioni di tipo economico, In Italia quest’ultime avrebbero meno peso e la spinta dell’opinione pubblica farebbe comunque fermare la centrale e provvedere ad elevare la sicurezza. Altrove, in Paesi meno sviluppati, come è l’Albania, crediamo che verrebbe fatto con meno certezza (o con meno prontezza, se preferite) che qui da noi.

Non prendiamoci in giro. Non è realizzando centrali in contesti meno avanzati a 100 km dall’Italia che si sta più sicuri. La sicurezza deriva prima di tutto da una seria e consapevole assunzione di responsabilità.

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