L’Italia ha il record dell’opposizione locale alla realizzazione di infrastrutture e impianti di ogni genere. Non si riesce a proporre qualcosa che – indipendentemente da ogni valutazione costi benefici, e quasi sempre prima di ogni valutazione – ci si ritrova con comitati più o meno locali o associazioni nazionali che si battono per impedirne la realizzazione, per via dei possibili impatti ambientali e sanitari, o semplicemente perché sono brutti da vedere.

Non è che la protesta sia sempre un male. Anzi. Fa parte del gioco democratico e per molti versi è un bene: se non ci fosse si dovrebbe inventare. Solo che da noi è diventata una moda, il più delle volte irrazionale. Che ora non risparmia nemmeno le fonti rinnovabili.

La conferma arriva dai dati dell’Osservatorio Nimby Forum, che anche quest’anno ha analizzato la situazione delle contestazioni alle opere di pubblica utilità e agli insediamenti industriali sul territorio italiano. Risultano essere almeno 320 le opere contestate, con al primo posto i progetti di generazione elettrica (58%), seguiti dalle opere per lo smaltimento dei rifiuti (32,5%), dalle infrastrutture di vario genere (5,3%) e dagli impianti industriali (4,1%).
Geograficamente la maggiore protesta riguarda il Nord, con circa il 50% delle contestazioni, mentre il resto è abbastanza suddiviso tra centro e sud.

Il Rapporto Nimby 2010 conferma cose già note, ma che vale la pena ricordare. Da quando è stato costituito l’Osservatorio (2004) la protesta risulta in costante e regolare aumento (+13% nel 2010 rispetto al 2009), diventa sempre più incondizionata e coinvolge non solo i cittadini ma anche le Istituzioni nazionali e locali. Persiste l’assenza di un’informazione minimamente adeguata e, soprattutto,  la mancanza di un senso comune di responsabilità.

L’unica vera novità è la prevalenza che nella contestazione nazionale hanno assunto le fonti rinnovabili. Nel 2010 l’85% delle proteste relative agli impianti di generazione elettrica (pari al 49% di tutte le proteste: 158 casi su 320) hanno riguardato le fonti rinnovabili: centrali a biomasse, impianti eolici, fotovoltaici e centrali idroelettriche.

Tra le motivazioni alla base delle contestazioni prevale il timore sul (spesso presunto) impatto sull’ambiente, seguita dagli effetti sulla qualità della vita e dallo scarso coinvolgimento nei processi decisionali. Ma un aspetto sempre più importante è anche la crescente connotazione ideologica e politica che la sindrome Nimby è andata assumendo in Italia. Sempre più spesso, infatti, a guidare le proteste sono movimenti strutturati, partiti politici o addirittura Istituzioni pubbliche. Che quasi sempre agiscono per puri motivi demagogici ed elettorali, nella logica non più del Nimby (non nel mio giargino), ma del più comodo e perverso “non durante il mio mandato elettorale”.

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