L’opposizione all’energia nucleare in Italia non è patrimonio esclusivo della sinistra politica, ma quasi.
Ed è comprensibile.

Oggi ci sono le elezioni Regionali e in qualche modo è comprensibile che la sinistra debba contrastare le posizioni della maggioranza, anche utilizzando un po’ di demagogia.
Prima la sinistra aveva semplicemente l’esigenza di diventare maggioranza, quindi di acquisire consenso, e in qualche modo era comprensibile che si promettessero i miracoli che la gente auspicava, cioè energia a buon mercato, non inquinante, senza rischi in un ambiente più naturale e più salutare.
Domani ci sarà l’esigenza di contrastare ancora la maggioranza oppure di mantenere le promesse fatte, e magari sarà comprensibile che si continuino a cercare soluzioni utopistiche e fuori dalle regole del mercato e della competitività internazionale.
Isomma è tutto comprensibile, tranne la situazione energetica in cui l’Italia si trova, che deriva da scelte equamente attribuibili all’attuale maggioranza (ex opposizione) e all’attuale opposizione (ex maggioranza). Ma è un dato di fatto che la nostra situazione energetica è fortemente anomala rispetto a quella di tutti i Paesi industrializzati. Anomala e penalizzante.

È dunque allarmante, a nostro modo di vedere, che si continuino ad usare le scelte energetiche prevalentemente come uno strumento di lotta politica.
Perché (in termini di quantità disponibile, ma anche di qualità tecnica) l’energia costituisce la risorsa, il fattore della produzione più importante di un Paese industrialmente avanzato, tanto con la destra che con la sinistra al governo. E i vincoli che oggi vengono concretamente posti, o demagogicamente paventati per esigenze politiche e di esclusiva ricerca del consenso, saranno macigni che peseranno domani sulla nostra società e sulla nostra economia, che peraltro già soffre pesantemente di scarsa competitività.

La posizione della sinistra  sul nucleare è in questi giorni efficacemente sintetizzata da un gran numero di dichiarazioni più o meno autorevoli. Riportiamo qui uno stralcio di una interrogazione dell’on. Alessandra Siragusa (PD), che in poche righe ci sembra la riassuma in modo molto chiaro.

«… il Governo attualmente in carica assegna, nelle strategie energetiche d’Italia, un ruolo centrale al rilancio della fonte nucleare sulla base delle tecnologie attualmente disponibili. Tale scelta viene presentata come in grado di fornire significative quantità di energia elettrica a prezzi molto più bassi degli attuali; il Partito Democratico ritiene che la soluzione non sia un ritorno al nucleare che, a questo stato di tecnologia, comporta costi elevati, tempi molto lunghi, problemi legati allo smaltimento delle scorie radioattive; è invece necessario puntare in via prioritaria su efficienza, risparmio energetico, innovazione tecnologica, fonti rinnovabili per affrontare le sfide che abbiamo davanti a cominciare dalla necessità, ribadita nel summit mondiale sul clima di Copenhagen, di ridurre drasticamente le emissioni di CO2».

Vogliamo ancora una volta sottolineare le intrinseche contraddizioni di dichiarazioni come questa, in cui si accusa il nucleare di:

  essere troppo costoso. Che è una obiezione curiosa se fatta da chi, nel contempo, propone di spingere su fonti molto, ma molto più costose, come, ad esempio, il fotovoltaico. Un autorevole studio sullo sviluppo del fotovoltaico in Italia, presentato nei giorni scorsi da Asso Energie Future (una associazione di categoria attiva nelle rinovabili), stima che per realizzare 9.000 MW fotovoltaici al 2020 sia necessario un investimento di 29 miliardi di euro. Ma, in termini di energetici, 9.000 MW fotovoltaici producono in un anno da 12 a 14 miliardi di kWh elettrici, che è esattamente la stessa energia prodotta da una sola centrale da 1.600 MW, il cui costo è però al massimo di 5 miliardi di euro.

  Richiedere tempi lunghi di realizzazione. Una affermazione, questa, talmente assurda che è rivelatrice se non della malafede, almeno dell’ignoranza degli aspetti energetici di cui si parla.
È a tutti noto (o almeno dovrebbe esserlo a chi si occupa di cose pubbliche) che l’Italia non ha alcuna necessità di nuova potenza elettrica nè oggi nè certamente per i prossimi 6-7 anni. Per scelte fatte in passato ne abbiamo in abbondanza, anche se a costi non competitivi con gli altri Paesi, e lo stesso fatto che importiamo una quota di energia nucleare francese, svizzera e slovena non è per necessità, ma solo per convenienza economica. Le centrali nucleari non devono soddisfare nessuna necessità di oggi, ma quella dei prossimi 60 anni, a meno che non si creda che si possa restare attaccati alla mammella del gas naturale per sempre.
L’aspetto paradossale, peraltro, è che in ogni caso nessuna delle proposte presentate come alternative al nucleare (efficienza, rinnovabili, risparmio, innovazione) ha tempi più veloci di esso. Nessuna di queste alternative è singolarmente in grado di produrre entro dieci anni (o di far evitare la produzione) dell’energia generata da una sola centrale nucleare da 1.600 MW. Né, tutte insieme, l’energia prodotta dalle 4 centrali che propone di realizzare Enel.

  Essere pericoloso per via delle scorie. E anche questa è una affermazione non vera, oltre che politicamente rischiosa. Perché a forza di lanciare allarmi di questo tipo, magari poi la gente comincia a chiedersi quante altre produzioni pericolose (più pericolose) ci siano in giro, con il rischio che si cominci a pretendere lo stop di ogni tipo di attività industriale e chimica in particolare.
Il problema dello smaltimento dei rifiuti nucleari non va certo banalizzato. È una cosa seria per la quale si stanno ancora cercando soluzioni ideali. Ma è anche vero che è un problema tutto politico, non tecnico. Le scorie vengono smaltite da 50 anni: a qualcuno risulta che ci sia mai stato un solo concreto problema di allarme ambientale? Non è curioso che tutta questa preoccupazione per i rischi che lasceremo ai nostri discendenti sia relativa solo alla radioattività delle scorie nucleari e non – ad esempio – alle milioni di tonnellate di prodotti chimici pericolosi (che oltretutto, a differenza della radioattività, nemmeno decadono con il tempo: sono eterni)? Il vero, reale problema dei rifiuti nucleari, è che per la sua soluzione occorrono due fattori: il primo è tecnico (che c’è ed è in costante perfezionamento) e il secondo politico. È tutto qui il problema.

  Per il resto è certamente vero che occorre impegnarsi su «efficienza, risparmio energetico, innovazione tecnologica e fonti rinnovabili per affrontare le sfide che abbiamo davanti a cominciare dalla necessità, ribadita nel summit mondiale sul clima di Copenhagen, di ridurre drasticamente le emissioni di CO2». Noi, come stanno facendo gli altri Paesi. Che però lo fanno partendo da una base notevole di vantaggio, dovuta ai minori costi dell’energia che largamente producono con carbone e nucleare. Noi dovremmo farlo attingendo ai vantaggi che ci derivano dal sole, dagli spaghetti e dai mandolini? Chi paga le pur indispensabili cose  sopra elencate se decidiamo di continuare a produrre energia elettrica esclusivamente con fonti molto costose, come il gas, o costosissime, come le rinnovabili? E, in ogni caso, perché dovremmo farlo per forza senza il nucleare, che comunque resta il modo più incisivo per ridurre in modo massiccio le emissioni di CO2?

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