Dipendenti e vulnerabili. È questa la scelta energetica degli italiani
La disponibilità di energia – e in particolare di energia elettrica – è il principale fattore di sviluppo, prosperità, salute e sicurezza dei Paesi industrializzati.
Ma siamo talmente abituati all’uso dell’elettricità, a disporne in modo pressoché illimitato, che la utilizziamo in modo scontato, senza più riflettere su quale prezioso bene sia, su quali rinunce dovremmo affrontare non tanto nell’impensabile ipotesi che venga a mancare, ma anche solo se dovessimo limitarne l’uso in modo significativo.
Forse proprio per questa perduta consapevolezza i progetti di nuovi impianti e infrastrutture energetiche sono tra i principali oggetti di contestazione a livello locale. Ci si oppone alla realizzazione di rigassificatori, elettrodotti, gasdotti e centrali elettriche (di ogni tipologia: a carbone, a gas, nucleari) indipendentemente dal fatto che vengano assicurati i più stringenti vincoli ambientali. Da qualche anno l’opposizione si è estesa anche alle fonti rinnovabili, come biomasse, idroelettrico ed eolico. L’unica fonte che per ora non registra opposizioni significative è quella solare, che viene anzi richiesta a gran voce in alternativa a qualsiasi realizzazione di altro tipo pur essendo di gran lunga la fonte più costosa e con minore resa energetica.
Dove ci porta questo modo di agire? Quali rischi stiamo correndo?
L’Italia consuma ogni anno oltre 190 Mtep (milioni di tonnellate equivalenti di petrolio) di energia primaria, l’85% dei quali importati. È una percentuale altissima: nessun altro grande Paese industrializzato ha un tasso di dipendenza energetica dall’estero come il nostro.
Considerando che a livello mondiale la localizzazione delle fonti primarie è disomogenea rispetto alle zone di consumo, e tenendo ben presenti i riflessi dell’energia sull’ambiente, per l’Italia è vitale correlare il proprio sistema energetico al contesto mondiale, evitando dannose vulnerabilità. Invece è esattamente quello che non stiamo facendo. Ma in questo modo, di fatto, stiamo effettuando una ben precisa scelta: stiamo scegliendo di essere sempre più vulnerabili.
Questo aspetto va sottolineato, perché se è importante ridurre la dipendenza energetica dal’estero, molto di più lo è ridurre la vulnerabilità.
Essere vulnerabili vuol dire non avere la possibilità di scegliere liberamente tra le varie opzioni energetiche offerte dal mercato e dalle tecnologie, oppure poter scegliere solo a condizione di accettare costi economici e politici insopportabili per la collettività.
La vulnerabilità è dunque una cosa diversa dalla dipendenza energetica. Infatti si può essere dipendenti ma non vulnerabili, ad esempio grazie a importazioni di materie prime energetiche che abbiano costi accettabili e che siano garantite da una buona diversificazione delle risorse per origine e tipologia.
Per contro un Paese indipendente, ma che coprisse la maggior parte della sua richiesta energetica a costi proibitivi, sarebbe vulnerabile.
L’Italia non solo è molto dipendente, ma è sempre più vulnerabile. Infatti dipende in modo eccessivo dal gas, cioè dalla fonte fossile più costosa e proveniente da un numero molto ridotto di Paesi. E in questa situazione una larga parte dell’opinione pubblica non solo ostacola i rigassificatori (che moltiplicano i Paesi di possibile provenienza della materia prima) e si oppone al carbone (che riduce i costi di produzione e diversificherebbe le fonti), ma contrasta in ogni modo anche il nucleare, che è una delle fonti meno costose e non ha alcun impatto sul clima globale. E nel contempo si chiede a gran voce di aumentare la vulnerabilità, puntando tutto e subito su tecnologie dai costi elevatissimi (come il fotovoltaico) o che ancora non esistono (nucleare di IV generazione, idrogeno).













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