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	<title>EnerBlog &#187; Sviluppo Sostenibile</title>
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	<description>Energia, ambiente, sviluppo sostenibile</description>
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		<title>Te la do io la sostenibilità (tra carbone e ipotesi IEA)</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2011 21:42:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi dieci anni il carbone ha soddisfatto il 47% della domanda di energia elettrica su scala mondiale. Un risultato che ha messo in ombra i pur impressionanti progressi che sono stati conseguiti nella crescita delle fonti rinnovabili, sommati a quelli &#8211; meno rilevanti ma comunque significativi &#8211; ottenuti con misure di efficienza energetica. Nonostante [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Negli ultimi dieci anni il carbone ha soddisfatto il <strong>47% della domanda di energia elettrica su scala mondiale</strong>. Un risultato che ha messo in ombra i pur impressionanti progressi che sono stati conseguiti nella crescita delle fonti rinnovabili, sommati a quelli &#8211; meno rilevanti ma comunque significativi &#8211; ottenuti con misure di efficienza energetica.<br />
<a rel="attachment wp-att-533" href="http://www.enerblog.it/te-la-do-io-la-sostenibilita-tra-carbone-e-ipotesi-iea.html/nastro_carbone"><img class="alignleft size-full wp-image-533" style="margin: 5px 10px;" title="Nastro_carbone" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Nastro_carbone.jpg" alt="" width="315" height="270" /></a>Nonostante gli sforzi compiuti da numerosi Paesi, resta dunque lontano  l’obiettivo concordato nei vari vertici internazionali di contenere l’aumento della temperatura terrestre entro 2 °C.<br />
È questo il principale dato sottolineato dal <strong><em>Clean Energy Progress Report</em></strong>, il rapporto realizzato dall’International Energy Agency (IEA) sullo stato di avanzamento e sulla distribuzione mondiale delle tecnologie energetiche pulite, presentato a inizio mese in occasione della seconda edizione del “Clean Energy Ministerial”, svoltasi ad Abu Dhabi.</p>
<p>A partire dagli anni ’90 – si legge nel rapporto – a livello globale <strong>la produzione di energia elettrica da fonti rinnovabili è cresciuta ad una media del 2,7% all’anno</strong>, un valore inferiore al tasso di <strong>crescita della domanda mondiale di elettricità  che è stato pari al 3%</strong>.<br />
Per poter conseguire l’obiettivo di un dimezzamento delle emissioni mondiali di CO2 entro il 2050 &#8211; afferma l&#8217;IEA &#8211; <strong>occorre che già nel 2020 l&#8217;energia prodotta con le fonti rinnovabili sia almeno il doppio di quella attuale</strong>. Un risultato che può essere ottenuto con difficoltà, e solo a condizione di adottare politiche molto più aggresive, in grado di rimuovere  molto velocemente gli ostacoli tecnici e burocratici che si frappongono ad una più accelerata penetrazione delle rinnovabili, oltre che di renderne finanziariamente stabile il mercato nel lungo periodo grazie a incentivi trasparenti e affidabili.</p>
<p>Ma secondo l&#8217;IEA<strong> le fonti rinnovabili non risolvono</strong>. Occorrono molte altre cose, anzi, per la<span id="more-531"></span> precisione, tutte quelle possibili.<br />
Brevemente:</p>
<p>►  <strong>Nucleare</strong>: è una tecnologia che resta necessaria. Pur considerando il prevedibile rallentamento determinato dagli eventi giapponesi, entro il 2020 dovrà essere in esercizio una potenza di 512.000 MW (cioè più di 80.000 MW aggiuntivi alla potenza oggi in esercizio e a quella già in costruzione e che è prevista entrare in servizio entro il 2015)</p>
<p>►  <strong>Riequilibrio tra gli incentivi alle varie fonti</strong>: oggi fortemente sbilanciato a favore delle fonti fossili</p>
<p>►  <strong>Efficienza energetica</strong>: esigenza di accelerarne la promozione in tutti i settori, tra cui (prioritario secondo l&#8217;IEA) gli interventi rivolti al miglioramento delle centrali a carbone esistenti</p>
<p>►  <strong>Trasporti</strong>: settore strategico. Tra i vari interventi l&#8217;IEA raccomnada in particolare un forte impegno per la diffusione di veicoli ibridi ed elettrici. Di quest&#8217;ultimi l&#8217;obiettivo è di averne in circolazione almeno 7 milioni di vetture entro il 2020</p>
<p>►  <strong>CCS</strong>: infine è urgente e prioritaria un’ampia diffusione delle tecnologie di cattura e stoccaggio geologico della CO2 (CCS &#8211; <em>Carbon Capture and Storage</em>). Secondo l&#8217;IEA è indispensabile realizzare entro il 2020 almeno 100 progetti CCS su larga scala, da portare a 3.000 entro il 2050.</p>



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		<title>Le rinnovabili contestate</title>
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		<pubDate>Fri, 15 Apr 2011 23:16:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Energia]]></category>
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		<description><![CDATA[L’Italia ha il record dell’opposizione locale alla realizzazione di infrastrutture e impianti di ogni genere. Non si riesce a proporre qualcosa che – indipendentemente da ogni valutazione costi benefici, e quasi sempre prima di ogni valutazione – ci si ritrova con comitati più o meno locali o associazioni nazionali che si battono per impedirne la [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’Italia ha il record dell’opposizione locale alla realizzazione di infrastrutture e impianti di ogni genere. Non si riesce a proporre qualcosa che – <strong>indipendentemente da ogni valutazione costi benefici</strong>, e quasi sempre prima di ogni valutazione – ci si ritrova con comitati più o meno locali o associazioni nazionali che si battono per impedirne la realizzazione, per via dei possibili impatti ambientali e sanitari, o semplicemente perché sono brutti da vedere.</p>
<p><a rel="attachment wp-att-523" href="http://www.enerblog.it/le-rinnovabili-contestate.html/nimby"><img class="size-full wp-image-523 alignleft" style="margin: 2px 10px;" title="Nimby" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Nimby.jpg" alt="" width="230" height="224" /></a>Non è che la protesta sia sempre un male. Anzi. Fa parte del gioco democratico e per molti versi è un bene: se non ci fosse si dovrebbe inventare. Solo che da noi è diventata una moda, il più delle volte irrazionale. Che ora non risparmia nemmeno le fonti rinnovabili.</p>
<p>La conferma arriva dai dati dell’<strong>Osservatorio Nimby Forum</strong>, che anche quest’anno ha analizzato la situazione delle contestazioni alle opere di pubblica utilità e agli insediamenti industriali sul territorio italiano. Risultano essere <strong>almeno 320 le opere contestate</strong>, con al primo posto i progetti di generazione elettrica (58%), seguiti dalle opere per lo smaltimento dei rifiuti (32,5%), dalle infrastrutture di vario genere (5,3%) e dagli impianti industriali (4,1%).<br />
Geograficamente <strong>la maggiore protesta riguarda il Nord</strong>, con circa il 50% delle contestazioni, mentre il resto è abbastanza suddiviso tra centro e sud.</p>
<p>Il Rapporto Nimby 2010 conferma cose già note, ma che vale la pena ricordare. Da quando è<span id="more-521"></span> stato costituito l’Osservatorio (2004) <strong>la protesta risulta in costante e regolare aumento</strong> (+13% nel 2010 rispetto al 2009), diventa sempre più incondizionata e coinvolge non solo i cittadini ma anche le Istituzioni nazionali e locali. <strong>Persiste l’assenza di un’informazione minimamente adeguata e, soprattutto,  la mancanza di un senso comune di responsabilità</strong>.</p>
<p>L’unica vera <strong>novità è la prevalenza che nella contestazione nazionale hanno assunto le fonti rinnovabili</strong>. Nel 2010 l’85% delle proteste relative agli impianti di generazione elettrica (pari al 49% di tutte le proteste: 158 casi su 320) hanno riguardato le fonti rinnovabili: centrali a biomasse, impianti eolici, fotovoltaici e centrali idroelettriche.</p>
<p>Tra <strong>le motivazioni alla base delle contestazioni</strong> prevale il timore sul (spesso presunto) impatto sull&#8217;ambiente, seguita dagli effetti sulla qualità della vita e dallo scarso coinvolgimento nei processi decisionali. Ma un aspetto sempre più importante è anche la <strong>crescente connotazione ideologica e politica </strong>che la sindrome Nimby è andata assumendo in Italia. Sempre più spesso, infatti, a guidare le proteste sono movimenti strutturati, partiti politici o addirittura Istituzioni pubbliche. Che quasi sempre agiscono per puri motivi demagogici ed elettorali, nella logica non più del Nimby (non nel mio giargino), ma del più comodo e perverso “non durante il mio mandato elettorale”.</p>



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		<title>Non c&#8217;è solo lo tsunami giapponese sul mercato energetico globale</title>
		<link>http://www.enerblog.it/lo-tsunami-giapponese-sul-mercato-energetico-globale.html</link>
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		<pubDate>Tue, 05 Apr 2011 00:05:09 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[Il mondo dell’energia è in  movimento, e probabilmente molto più di quanto già  non sembri. Tra le dinamiche evidenti, ci sono almeno quattro fattori di evoluzione  che vanno considerati. Tutti singolarmente importanti, che però nell&#8217;insieme, considerando le inevitabili interrelazioni,  acquistano una valenza globale dalle conseguenze imprevedibili. L’argomento è di complessità estrema, per cui qui, nello [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il mondo dell’energia è in  movimento, e probabilmente molto più di quanto già  non sembri.<br />
Tra le dinamiche evidenti, ci sono almeno <strong>quattro fattori di evoluzione  che vanno considerati</strong>. Tutti singolarmente importanti, che però nell&#8217;insieme, considerando le inevitabili interrelazioni,  acquistano una valenza globale dalle conseguenze imprevedibili.</p>
<p>L’argomento è di complessità estrema, per cui qui, nello spazio di un post, ci limitiamo solo a elencare i singoli punti.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><a rel="attachment wp-att-473" href="http://www.enerblog.it/lo-tsunami-giapponese-sul-mercato-energetico-globale.html/petrolio-7"><img class="alignright size-full wp-image-473" style="margin-left: 10px; margin-right: 10px; margin-top: 4px; margin-bottom: 4px;" title="Petrolio-7" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/Petrolio-7.jpg" alt="" width="240" height="209" /></a><span style="font-size: medium;"><strong>1.</strong></span></span></span> <strong>Accelerato sviluppo di Paesi con circa 3 miliardi di abitanti</strong>. È il fenomeno più evidente, destinato inevitabilmente a rivoluzionare il flusso fisico e finanziario dell’intero mercato energetico. Con effetti settoriali in parte ipotizzabili, anche se è poi impossibile prevederne l’effetto globale.<br />
Si da ad esempio per  scontato che nei prossimi 20 anni la domanda complessiva di energia aumenterà di circa il 40%, che praticamente tutta questa nuova energia sarà destinata ai Paesi oggi ancora in via di sviluppo (e soprattutto alla Cina) , che sarà soddisfatta facendo ricorso a maggiori quantitativi di petrolio e soprattutto di gas e di carbone.</p>
<p>Questo primo fattore è sicuramente destinato a rivoluzionare la struttura del sistema energetico mondiale. Ma progressivamente. Nell’immediato avranno probabilmente più rilevanza i tre punti seguenti.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>2.</strong></span></span> <strong>Evoluzione dei Paesi arabi e crisi politica del nord Africa</strong>. Il fenomeno sta portando forti sconvolgimenti sul piano economico-diplomatico, ma anche su quello della sicurezza degli approvvigionamenti energetici per l’Europa ed in particolare per l’Italia. Soprattutto gli eventi libici<span id="more-472"></span> stanno creando fratture insanabili tra alcuni Paesi arabi e i Paesi industrializzati, e comunque, quale che sia l’evoluzione finale, non è scontato che per qualche tempo il ruolo energetico della Libia torni ad essere lo stesso degli anni passati.<br />
Inoltre restano gli interrogativi sull’evoluzione del medio oriente (Siria, Yemen, Oman, Bahrein, Giordania), che presto o tardi avranno inevitabili ripercussioni anche in Arabia Saudita, che è tutt’ora il principale player energetico mondiale.<br />
Quanto meno c’è da attendersi turbamenti e oscillazioni sulle quotazioni del petrolio e degli altri prodotti energetici.</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>3.</strong></span></span> <strong>Incertezza sul futuro delle fonti rinnovabili</strong>. Mentre si registrano progressi sul piano tecnologico e su quello dei costi, in molti (importanti) Paesi il quadro regolatorio si fa progressivamente più insicuro e tentennante, sia per gli incentivi (riduzione e modifiche unilaterali, anche per gli impianti già autorizzati ed in costruzione), sia per aspetti normativi e burocratici (tempi più lunghi per autorizzazioni e allacciamenti alla rete).<br />
Allo stato dei fatti, è prevedibile che le rinnovabili continueranno sì a svilupparsi, ma ancora tra speranze e con un po&#8217; più di incertezze. In particolare, la minore  redditività degli investimenti lascia prevedere  negative ripercussioni  dal punto di vista finanziario, cosa che &#8211; nel complesso &#8211; si tradurrà in una crescita inferiore all&#8217; atteso (e di molto, rispetto alle aspettative più ottimistiche).</p>
<p><span style="font-size: large;"><span style="color: #0000ff;"><strong>4.</strong></span></span> <strong>Terremoto in Giappone e incidente di Fukushima</strong>. Le conseguenze sono diverse. Quella più appariscente è il ripensamento sulle scelte nucleari che molti Paesi hanno dichiarato di voler fare. Che poi questi ripensamenti si concretizzino è da vedere, tanto più che &#8211; allo stato delle cose  - gli effetti sanitari e ambientali dell’incidente nucleare sembrano essere più drammatizzati dai media che reali, quanto meno rispetto alla drammatica distruzione e ai 20.000 morti causati da terremoto e tsunami. È quindi possibile che i “ripensamenti”, messi di fronte all’evoluzione dei prezzi delle fonti fossili, si dimostrino delle mosse decise nel momento di maggiore incertezza (per tutelarsi politicamente dall’eventualità di un disastro), ma con scarsi effetti pratici.<br />
È invece certo che il terremoto giapponese avrà ripercussioni sui costi internazionali dell&#8217;energia, anche a prescindere dal discorso sul nucleare.<br />
Terremoto e tsunami hanno infatti inferto un colpo grave al sistema energetico nipponico, non solo per le 10 centrali nucleari fermate per controlli (che probabilmente verranno estesi anche ad altri impianti), ma più in generale per vasti i danni subiti dalle infrastrutture di trasporto, dalle centrali termoelettriche e dalle raffinerie.<br />
Nei prossimi mesi il sistema giapponese (il quarto mercato energetico mondiale – dopo Cina, USA e Russia &#8211; quasi interamente dipendente dalle importazioni) registrerà un forte aumento della domanda di combustibili fossili, sia per recuperare la forzata minore domanda successiva al terremoto, sia per le esigenze di ricostruzione, sia per la sostituzione dei materiali danneggiati (auto e macchinari industriali e domestici). Ne deriverà una pressione sui prezzi delle fonti fossili che potrà ovviamente aggravarsi, diventando strutturale per il futuro,   nel caso il “ripensamento” nucleare si concretizzasse, con  chiusura di impianti in esercizio e  minore costruzione di nuovi.</p>
<p>Nel giro di poche settimane <strong>il mondo dell’energia, che già da un paio di anni manifestava evidenti segni di crisi, è ulteriormente cambiato, e non in meglio</strong>. Né per le economie di Paesi sviluppati e non, né per le emissioni e la lotta al riscaldamento globale.</p>



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		<title>L&#8217;importanza dei numeri nel mondo dell&#8217;energia: 7 miliardi</title>
		<link>http://www.enerblog.it/l%e2%80%99importanza-dei-numeri-7-miliardi.html</link>
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		<pubDate>Fri, 01 Apr 2011 01:06:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[biomasse]]></category>
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		<description><![CDATA[Sul pianeta vivono oggi 7 miliardi di persone. La settemiliardesima nascerà i primi mesi del 2012, ma, insomma, ci siamo. Dal punto di vista energetico, questo fatto pone una serie numerosa di domande tutt’altro che banali. In particolare: l’energia che siamo in grado di produrre è sufficiente per tutti? A quali condizioni? E che succede [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul pianeta vivono oggi 7 miliardi di persone. La settemiliardesima nascerà i primi mesi del 2012, ma, insomma, ci siamo.<br />
Dal punto di vista energetico, questo fatto pone una serie numerosa di domande tutt’altro che banali. In particolare: <strong>l’energia che siamo in grado di produrre è sufficiente per tutti?</strong> A quali condizioni? E che succede se gli abitanti del pianeta continuano a crescere?</p>
<p><a rel="attachment wp-att-449" href="http://www.enerblog.it/l%e2%80%99importanza-dei-numeri-7-miliardi.html/fame-22"><img class="alignleft size-full wp-image-449" style="margin: 10px;" title="fame-22" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2011/04/fame-22.jpg" alt="" width="260" height="217" /></a>Nel come ci si pone di fronte a queste domande sta il succo di tutte le politiche energetiche. Non tanto a livello globale – visto che non è ancora immaginabile una politica energetica globale – ma proprio per le scelte dei singoli Paesi, tra i quali l’Italia non fa ovviamente eccezione.</p>
<p>Qui sotto i fatti, che proviamo a elencare  nel modo più neutro possibile (<em>tutti i dati sono tratti dalle ultime statistiche dell’International Energy Agency- IEA</em>).<br />
<strong><br />
<span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">1.</span></span></span></strong> Nel 2010 i consumi mondiali di energia hanno superato i  <strong>12 miliardi di tep </strong>(tonnellate equivalenti di petrolio).</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">2.</span> </span></span></strong>Si tratta di una quantità enorme di energia, corrispondente  - tanto per averne un’idea tangibile &#8211; al bruciare   23.500 tonnellate di petrolio ogni minuto. Enorme, ma  non  equamente suddivisa: <strong>circa il  4</strong><strong>5% è infatti consumata dal 18% degli abitanti il pianeta </strong>(quelli  ricchi, cioè  gli 1,2 miliardi dei Paesi industrializzati), mentre il rimanente  82% di abitanti (cioè tutti gli altri 5,8 miliardi) si dividono  il restante 55% di energia.<br />
Nel caso della forma più pregiata di energia (quella <strong>elettrica</strong>) il divario è anche maggiore, perché<span id="more-438"></span>gli 1,2 miliardi di “ricchi” ne utilizzano  il 53%. Il restante 47% di elettricità è utilizzato da circa 4,3 miliardi di persone, mentre sono ancora 1,5 miliardi quelli che non hanno mai acceso una lampadina, perché non hanno accesso all’energia elettrica.</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">3.</span> </span></span></strong>Queste <strong>le fonti di energia utilizzat</strong><strong>e per soddisfare la domanda mondiale</strong>: petrolio 33%, carbone 27%, gas 21%, legno e altre biomasse 10%, nucleare 6%, idroelettrico 2%, tutte le altre fonti rinnovabili meno di 1%.<br />
La quota del legno e delle biomasse (10%) è illuminante sul divario di energia che esiste tra i consumi di un cittadino occidentale e quello di un Paese arretrato. Quella quota infatti (che peraltro comprende anche una frazione della domanda dei Paesi occidentali) soddisfa tutti i consumi di circa 2,5 miliardi di persone, che per le proprie esigenze energetiche dipendono appunto da legno, arbusti, residui agricoli e persino letame essiccato (una forma di energia, quest’ultima, ancora significativa in alcune zone).</p>
<p>Domanda: <strong>è sostenibile questa situazione?<br />
</strong><br />
<strong>Probabilmente no</strong>, nemmeno nel caso in cui – come molti senza accorgersene si augurano –  nel mondo continuino ad esserci un miliardo di persone che muore di fame e altri due miliardi che sopravvivono in povertà estrema.<br />
<strong>Certamente no</strong>, se si vuole almeno ipotizzare che tutti gli abitanti del pianeta possano avere un minimo di vita civile, qualunque cosa si voglia intendere con questa espressione.</p>
<p>C’è infatti un <strong>ulteriore piccolo dettaglio da considerare</strong>:</p>
<p><strong><span style="color: #000080;"><span style="font-size: medium;"><span style="color: #0000ff;">4.</span></span></span></strong> La popolazione mondiale aumenta ogni anno di circa 90 milioni di abitanti. Il tasso è in lieve decremento, ma tutte le organizzazioni internazionali concordano che <strong>tra 20 anni saremo circa 8,5 miliardi e nel 2050 poco meno di 10 miliardi</strong>. Inoltre tutto l’incremento di popolazione sarà a carico dei Paesi in via di più o meno accelerato sviluppo, che passeranno dagli attuali 5,8 a oltre 8 miliardi di abitanti nel 2050. La popolazione dei Paesi ricchi resterà invece pressoché invariata su circa 1,3 miliardi.<br />
Cioè <strong>aumenteranno di numero solo gli abitanti dei Paesi che oggi hanno scarsi consumi pro-capite</strong>, e che invece (ahimè) vogliono anch’essi lavatrici e frigoriferi, automobili e condizionatori, che vogliono viaggiare, fare vacanze e avere più beni e proprietà.</p>
<p>Certo, sarebbe bello se tutti i cinesi continuassero ad andare solo e sempre in bicicletta. Ma non è così. <strong>I consumi di energia aumenteranno</strong>. E non di poco.<br />
Di quanto? Secondo l’IEA del 38-40% al 2030, salendo a <strong>16,8 miliardi di tep</strong>. Ma questo solo se 1 miliardo di persone continuerà a non avere accesso all’elettricità e se, nel complesso, 3 miliardi avranno consumi quasi irrisori.</p>
<p>Ci sarà energia per tutti? Non lo sappiamo. Quello che sappiamo per certo è che, nella  ipotesi più plausibile, l&#8217;energia ci sarà, ma <strong>costerà molto più di oggi</strong>. E solo a condizione  che si sfruttino tutte, ma proprio tutte le risorse disponibili. Petrolio, gas e carbone soprattutto, poi le fonti rinnovabili, e infine anche il nucleare, pur con i rischi che presenta.<br />
E non basterà. La vera speranza sta infatti nella ricerca e nello sviluppo di nuove tecnologie. Che fortunatamente ci sono, molte addirittura strabilianti eppure già in fase di sviluppo e promettenti. Anche se al momento non sembrano interessare gran che la politica del nostro Paese.</p>



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		<title>Il capolavoro del San Gottardo in Svizzera e della Val di Susa in Italia</title>
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		<pubDate>Sun, 17 Oct 2010 00:51:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[Nimby]]></category>
		<category><![CDATA[sostenibilità]]></category>

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		<description><![CDATA[Ieri è caduto l’ultimo diaframma che separava i due versanti della galleria ferroviaria del San Gottardo, in Svizzera. È la galleria più lunga del mondo (57 km), applaudita in diretta dai Ministri europei dei Trasporti riuniti in Lussemburgo – tra cui il nostro Altero Matteoli – ed esaltata da troupe televisive provenienti da mezzo mondo. In Italia [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ieri è caduto l’ultimo diaframma che separava i due versanti della <strong>galleria ferroviaria del San Gottardo</strong>, in Svizzera. È <strong>la galleria più lunga del mondo</strong> (57 km), applaudita in diretta dai Ministri europei dei Trasporti riuniti in Lussemburgo – tra cui il nostro Altero Matteoli – ed esaltata da troupe televisive provenienti da mezzo mondo.<br />
<a rel="attachment wp-att-418" href="http://www.enerblog.it/il-capolavoro-del-san-gottardo-in-svizzera-e-della-val-di-susa-in-italia.html/galleria_san_gottardo"><img class="alignright size-full wp-image-418" style="margin: 10px;" title="Galleria_San_Gottardo" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/10/Galleria_San_Gottardo.jpg" alt="" width="300" height="346" /></a><br />
In Italia non mi sembra se ne sia parlato, al di là di qualche sparuta news televisiva e qualche trafiletto su pochi giornali.</p>
<p>Eppure è <strong>un’opera grandiosa</strong>, realizzata a 20 km dal confine italiano.<br />
Per capire davvero di cosa stiamo parlando, si consideri che l’opera è in corso di realizzazione da quasi 11 anni e, oltre alla vera e propria galleria del San Gottardo, prevede anche una galleria di 20 km sotto lo Zimmerberg e un’altra di 15 km sotto il Ceneri. Il che, considerati anche i tunnel di servizio e di sicurezza, porta ad un <strong>totale di 153 km di gallerie</strong>.</p>
<p>Nelle viscere delle tre montagne lavorano oltre 2.000 tra operai, ingegneri, geologi, topografi e tecnici vari, per i quali nelle vallate circostanti sono stati realizzati ex novo interi villaggi prefabbricati (alcuni con 800 residenti). Centinaia di tonnellate di esplosivo e una gigantesca fresa producono <strong>decine di milioni di tonnellate di detriti in ambienti tipici e “ristretti” come quelli alpini</strong>. I lavori dovrebbero essere completati nel 2017.</p>
<p>Ripeto, un’opera gigantesca. Che ovviamente ha avuto e sta avendo un <strong>impatto ambientale proporzionato</strong>.<br />
Eppure <strong>il consenso è stato pressoché unanime da parte di comunità locali, di Verdi e ambientalisti</strong>i. Praticamente le uniche contestazioni – e pure modeste – sono state limitate alla fase iniziale da parte della destra più conservatrice, legata al locale Partito degli automobilisti.</p>
<p><strong>In Italia sarebbe pensabile non tanto un’opera simile, ma qualcosa anche solo lontanamente confrontabile?<br />
</strong>La risposta temiamo debba essere affidata alle decine di migliaia di persone che ancora la scorsa settimana (9 ottobre) hanno manifestato in Val di Susa al grido di <strong>No TAV</strong>, con tanto di sindaci e rappresentati di organizzazioni sindacali in testa.</p>



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		<title>Il nucleare indispensabile per il clima, secondo le agenzie energetiche dell&#8217;OCSE</title>
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		<pubDate>Sat, 19 Jun 2010 23:38:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[emissioni CO2]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[politica energetica]]></category>
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		<description><![CDATA[Per tagliare sul serio le emissioni di gas serra &#8211; ridurre cioè del 50% le emissioni di CO2 dovute al settore energetico - occorrerà arrivare a produrre con il nucleare il 25% dell&#8217;elettricità mondiale. Lo afferma la Roadmap sulle tecnologie energetiche  presentata all&#8217;Asian Climate Forum tenutosi a Seul il 16 giugno dall&#8217;International Energy Agency (IEA) e dalla [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Per tagliare sul serio le emissioni di gas serra &#8211; ridurre cioè del 50% le emissioni di CO2 dovute al settore energetico - occorrerà arrivare a <strong>produrre con il nucleare il 25% dell&#8217;elettricità mondiale</strong>.<br />
Lo afferma la <em>Roadmap </em>sulle tecnologie energetiche  presentata all&#8217;Asian Climate Forum tenutosi a Seul il 16 giugno dall&#8217;International Energy Agency (IEA) e dalla Nuclear Energy Agency (NEA), le due principali agenzie energetiche dell&#8217;OCSE (l&#8217;organizzazione per la cooperazione tra Paesi industrializzati).<br />
<a rel="attachment wp-att-410" href="http://www.enerblog.it/il-nucleare-indispensabile-per-il-clima-secondo-le-agenzie-energetiche-dellocse.html/sviluppo_nucleare"><img class="alignleft size-full wp-image-410" style="margin-top: 6px; margin-bottom: 6px; margin-left: 10px; margin-right: 10px;" title="Sviluppo_nucleare" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/06/Sviluppo_nucleare.jpg" alt="" width="319" height="316" /></a>Al momento, si legge nel dossier, la potenza nucleare installata (373.000 MW) soddisfa il 14% della domanda elettrica mondiale. Nello scenario di una riduzione del 50% delle emissioni di CO2 entro il 2050, <strong>l&#8217;IEA stima che la capacità nucleare debba arrivare a 1,2 milioni di MW entro il 2050</strong>, fornendo così (considerata la maggiore domanda globale che verrà nel frattempo registrata) appunto circa il 25% del fabbisogno mondiale di elettricità a quella data.</p>
<p>Dunque: triplicare l&#8217;attuale potenza installata.<strong> Un programma “ambizioso” ma “realizzabile”</strong> secondo la <em>Roadmap, </em>che rileva come il nucleare sia una tecnologia matura, senza emissioni di CO2 e pronta a espandersi rapidamente nel prossimo decennio. «Gli ultimi reattori ora in fase di realizzazione in diversi Paesi del mondo – afferma l&#8217;IEA – sono costruiti sulla base di oltre 50 anni di sviluppo tecnologico» e sono «affidabili e competitivi» per diventare «pilastri per l&#8217;espansione del nucleare dopo il 2020».</p>
<p>Ovviamente<strong> rimangono alcuni nodi cruciali da superare</strong> per garantire una completa<span id="more-409"></span> rinascita del nucleare. <strong>Nodi di tipo politico, industriale e finanziario</strong>. Per questo l&#8217;IEA e la NEA esortano a impegni politici chiari e stabili, a progressi nell&#8217;attuazione dei piani di smaltimento delle scorie e a sistemi di salvaguardia per prevenire la proliferazione nucleare.<br />
<strong>La maggiore sfida è però rappresentata dai finanziamenti</strong>. «In alcuni casi i governi dovranno fornire delle garanzie fino a che i programmi per la realizzazione del nucleare non saranno consolidati».</p>
<p>Secondo l&#8217;IEA e la NEA, a lungo termine «il continuo sviluppo dei reattori e delle tecnologie del ciclo di combustibile sarà importante per il mantenimento della competitività dell&#8217;energia nucleare», mentre le nuove tecnologie ora in fase di sviluppo «offrono potenzialmente maggiore sostenibilità, economia, sicurezza e affidabilità».<br />
«L&#8217;energia nucleare &#8211; ha sottolineato il direttore dell&#8217;IEA, Nobuo Tanaka &#8211; è una delle tecnologie chiave a basse emissioni di CO2 che possono contribuire (insieme all&#8217;efficienza energetica, alle rinnovabili e alle tecnologie di cattura e sequestro della CO2)  alla &#8220;decarbonizzazione&#8221; delle forniture di energia elettrica entro il 2050».</p>



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		<title>L&#8217;Italia per quasi un decennio non avrà bisogno di nuove centrali. Perchè, allora, dobbiamo costruirle oggi?</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 23:15:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
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		<description><![CDATA[A fine 2008 (ultimi dati ufficiali disponibili da Terna) la potenza elettrica efficiente netta installata in Italia era di 98.625 MW (102.336 MW lordi). Ovviamente, non tutta questa potenza è sempre disponibile, sia perché gli impianti possono avere guasti e in ogni caso vanno periodicamente fermati per manutenzione, sia perché la produzione delle rinnovabili (in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A fine 2008 (ultimi dati ufficiali disponibili da Terna) la<strong> potenza elettrica efficiente netta installata in Italia era di 98.625 MW (102.336 MW lordi)</strong>.<br />
Ovviamente, non tutta questa potenza è sempre disponibile, sia perché gli impianti possono avere guasti e in ogni caso vanno periodicamente fermati per manutenzione, sia perché la produzione delle rinnovabili (in particolare acqua e vento) è legata alla disponibilità della risorsa, sia per altri motivi tecnici ed anche economici.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/termo_PortoCorsini-411.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-367" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="termo_PortoCorsini-411" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/05/termo_PortoCorsini-411.jpg" alt="" width="290" height="245" /></a>Ma comunque è un dato di fatto che <strong>in Italia c&#8217;è abbondanza di potenza elettrica rispetto alle esigenze della domanda</strong>. Che nella sua punta massima (ore 12 del 26 giugno) nel 2008 ha impegnato <strong>55.292 MW </strong>(la massima storica, nel giugno 2007, è stata di 56.822 MW).</p>
<p>Peraltro va anche detto che, oltre alla potenza nazionale, <strong>resta disponibile la risorsa dell’importazione, cui nel 2008 abbiamo attinto per l’equivalente di oltre l’11% della domanda complessiva </strong>(da sottolineare che importiamo elettricità non per bisogno, ma esclusivamente per ragioni economiche, poiché l’energia importata ci costa meno di quella che produciamo, pur considerando che chi ce la vende non lo fa a prezzo di costo, ma guadagnandoci sopra).<br />
Infine si aggiunga che <strong>nel 2009 la domanda elettrica è diminuita di circa il 7% rispetto al 2008, mentre la potenza installata continua ad aumentare</strong>.<br />
Nel 2009 sono infatti entrati in servizio non meno di 2.830 nuovi MW (1.400 MW termoelettrici a gas, 620 MW eolici, 170 MW da biomasse, 40 MW geotermici, oltre 600 MW fotovoltaici).</p>
<p>In questa situazione, considerato che gran parte del parco termoelettrico è costretto a funzionare a potenza ridotta o per un numero limitato di ore, <strong>perché dovremmo continuare a costruire nuove centrali? </strong>Tecnicamente, infatti, non ne avremmo bisogno per svariati anni, tanto più che<span id="more-366"></span> nell’attuale contesto economico, ci vorranno non meno di 3 anni prima di tornare ai livelli di domanda del 2007-2008.</p>
<p>Ovviamente <strong>non abbiamo necessità di nuova potenza per risparmiare</strong>, perché nessun impianto da costruire, di nessun tipo, potrà mai produrre a costi inferiori degli impianti che già esistono. Allora perché?</p>
<p><strong>Per due motivi, il primo dei quali </strong><strong>è legato alle esigenze ambientali </strong>e agli impegni di riduzione delle emissioni che abbiamo assunto a livello internazionale.<br />
È il motivo per cui vengono incentivati e si costruiscono impianti rinnovabili. Questi impianti, secondo i canoni classici delle dottrine economiche, dovrebbero essere considerati una assurdità nell’attuale situazione di abbondanza di potenza disponibile, perché producono energia della qualità più bassa al prezzo più alto, e in alcuni di casi di moltissimo. Tuttavia l’economia classica non considera le nuove esigenze ambientali, che invece oggi non possono essere eluse. <strong>Quindi le rinnovabili sono una necessità</strong>. Magari occorrerebbe evitare di sprecare soldi e cercare di sviluppare le fonti e le tecnologie rinnovabili più efficienti e/o meno costose o almeno che abbiano i maggiori ritorni positivi per il sistema Paese. Ma questo è un altro discorso. Nel complesso si tratta di una opzione cui non possiamo rinunciare e che però trova un suo <strong>limite negli aspetti economici da un lato </strong>(che possono essere sacrificati solo fino a un certo punto) <strong>e in quelli tecnici dall’altro</strong> (che invece sono vincolanti). E infatti, pur con tutti gli sforzi e gli incentivi messi in campo, non riusciremo a sviluppare le rinnovabili nemmeno per raggiungere gli obiettivi al 2020 che abbiamo sottoscritto.</p>
<p><strong>Il secondo motivo per cui dobbiamo realizzare nuove centrali è che l’attuale situazione di abbondanza di capacità elettrica non durerà per sempre</strong>.<br />
Il parco di generazione italiano è complessivamente abbastanza giovane ed efficiente. Ma comunque nei prossimi 10-15 anni ci sarà un notevole numero di centrali che dovrà essere sostituito per obsolescenza: si tenga presente che in Italia sono in servizio 651 impianti termoelettrici per circa 70.400 MW (senza considerare 469 impianti termoelettrici di autoproduttori e tutti gli impianti rinnovabili – <em>dati gennaio 2009</em>). <strong>Inoltre la domanda di elettricità è comunque destinata a crescere</strong>, seppur in modo rallentato rispetto alle previsioni di qualche anno fa. Tanto più che (anche per esigenze ambientali) molti usi termici tenderanno ad essere sostituiti con usi elettrici. Stiamo parlando di <strong>almeno 30.000 MW da sostituire entro il 2025</strong>.</p>
<p>Il problema che si pone è dunque: <strong>con quali tecnologie sostituiremo questa potenza? </strong>Che per giunta è in gran parte di base, cioè tecnicamente non sostituibile con fonti rinnovabili, perchè deve restare in servizio anche di notte e quando non c&#8217;è vento o il cielo è nero di nuvole. Con il carbone? Ancora con il gas? O con il nucleare?</p>



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		<title>Investimenti in rinnovabili e nucleare in Spagna</title>
		<link>http://www.enerblog.it/investimenti-in-rinnovabili-e-nucleare-in-spagna.html</link>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 21:52:13 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
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		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[È interessante lo studio Prospectiva y Planificación Estratégica: Pilares de una política energética racional che analizza la situazione energetica spagnola – con riferimento al settore elettrico &#8211;  e i relativi piani di sviluppo governativo al 2020. Lo studio è stato commissionato dalla Fundación Ciudadanía y Valores (una associazione indipendente ben nota in Spagna, costituita prevalentemente [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>È interessante lo studio <a href="http://www.funciva.org/uploads/ficheros_documentos/1269445551_informe_energia_funciva.pdf">Prospectiva y Planificación Estratégica: Pilares de una política energética racional</a> che analizza <strong>la situazione energetica spagnola – con riferimento al settore elettrico &#8211;  e i relativi piani di sviluppo governativo al 2020</strong>.<br />
Lo studio è stato commissionato dalla Fundación Ciudadanía y Valores (una associazione indipendente ben nota in Spagna, costituita prevalentemente da accademici universitari) a tre tra i massimi esperti energetici spagnoli (tra cui Pedro Mielgo, ex direttore di REE, la società che gestisce la rete elettrica nazionale) e poi sottoposto a verifica presso una vasta platea di tecnici di varie competenze. <a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/Eolico_Espagna-2.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-356" style="margin: 5px 10px;" title="Eolico_Espagna-2" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/Eolico_Espagna-2.jpg" alt="" width="290" height="267" /></a></p>
<p><strong>La Spagna ha un mix di generazione elettrico molto diverso da quello italiano</strong>: rispetto a noi usano metà gas, doppio carbone, circa il 50% in più di rinnovabili e, inoltre, hanno il 18% di generazione nucleare. Come noi, però, hanno una <strong>fortissima dipendenza dalle importazioni, circa l&#8217;80%</strong>, poco meno del nostro 85% (contro una media europea del 50%).</p>
<p>In questa situazione, lo studio sopra citato calcola che &#8211; per soddisfare la crescente domanda elettrica, renderla più competitiva e ridurre le importazioni &#8211; <strong>gli investimenti previsti dal Governo di Madrid ammonteranno a circa 100 miliardi di euro al 2020</strong>. In gran parte dedicati alle rinnovabili, con l’obiettivo di portare il loro contributo dall’attuale 25% al 42%. Questo perché gli impegni comunitari impongono alla Spagna di <strong>ridurre le emissioni di CO2 del 10% rispetto a quelle del 2005</strong> (per l’Italia l’impegno è maggiore: del 17%).</p>
<p>Secondo gli esperti spagnoli, <strong>il grosso sforzo sulle rinnovabili non cambierà molto la situazione</strong>: nucleare, carbone e gas rimarranno fondamentali per coprire tanto il fabbisogno di base, quanto i picchi di domanda elettrica. Le rinnovabili al 42% svolgeranno un ruolo sicuramente molto importante, ma comunque subordinato alle altre fonti. Per diventare davvero determinanti dovranno migliorare parecchio l&#8217;efficienza e la competitività, puntando allo sviluppo di tecnologie innovative.<br />
<strong>In compenso, però, i costi </strong>(sovvenzioni)<strong> saliranno dai 5 miliardi di euro del 2009 a 19,5 miliardi di euro nel 2020</strong>.</p>
<p>Il punto – osserva il rapporto – è che, in termini di riduzione delle emissioni di CO2, <strong>esattamente lo stesso risultato potrebbe essere raggiunto sostituendo una quota delle rinnovabili con 2 nuove centrali nucleari e mantenendo in servizio quella di Garona</strong> (che il Governo centrale ha deciso di chiudere per limiti di età, tra la forte opposizione delle Amministrazioni locali, che vorrebbero mantenerla in servizio per altri 10-20 anni, cosa possibilissima da un punto di vista tecnico).<br />
Il risultato finale sarebbe lo stesso, tranne un piccolo particolare: <strong>la soluzione nucleare farebbe infatti scendere l’ammontare degli investimenti totali a 60 miliardi</strong>, con un risparmio secco di 40 miliardi di euro nei prossimi dieci anni.</p>



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		<title>Sicuri che non si possano spendere meglio i soldi che stiamo buttando nel fotovoltaico?</title>
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		<pubDate>Sat, 06 Mar 2010 17:55:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Energia]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[biomasse]]></category>
		<category><![CDATA[costo kWh]]></category>
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		<category><![CDATA[fotovoltaico]]></category>
		<category><![CDATA[geotermia]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
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		<description><![CDATA[ È ormai ufficialmente assodato che l’Italia non riuscirà a rispettare autonomamente gli obiettivi previsti dal “pacchetto clima-energia” della UE per il nostro Paese, cioè coprire con fonti rinnovabili il 17% del consumo lordo di energia al 2020. Per rispettare questo impegno, secondo il recente documento previsionale del Ministero dello Sviluppo Economico, pur considerando il prevedibile sviluppo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> È ormai ufficialmente assodato che l’Italia non riuscirà a rispettare autonomamente gli obiettivi previsti dal “pacchetto clima-energia” della UE per il nostro Paese, cioè <strong>coprire con fonti rinnovabili il 17% del consumo lordo di energia al 2020</strong>.<br />
Per rispettare questo impegno, secondo il recente <a href="http://www.sviluppoeconomico.gov.it/pdf_upload/documenti/allegatodoc_prev2.pdf">documento previsionale</a> del Ministero dello Sviluppo Economico, pur considerando il prevedibile sviluppo delle rinnovabili in Italia, <strong>a fine periodo dovremo importare circa 14 TWh (miliardi di kWh) di energia verde </strong>prodotta in altri Paesi (per un confronto, si tratta di quasi il 5% dei consumi elettrici 2009).<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/sovvenzioni_FV.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-341" style="margin: 5px 10px;" title="sovvenzioni_FV" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/sovvenzioni_FV.jpg" alt="" width="250" height="231" /></a><strong>Inoltre</strong> l’Italia dovrà importare biocombustibili prodotti all’estero (o prodotti in Italia con biomassa proveniente dall’estero) per circa <strong>2,9 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio l’anno</strong>.</p>
<p>La situazione è modificabile agendo sulle due voci. È possibile aumentare l’import di elettricità verde e ridurre quello di biomasse, o aumentare l’import di biomasse e ridurre quello di elettricità. Ma, in ogni caso, <strong>per la nostra bilancia dei pagamenti non c’è da stare allegri</strong>, perché per entrambe le voci si tratta dell’energia più cara che ci sia.<br />
In particolare le importazioni elettriche peseranno significativamente, sia in termini economici, sia di sicurezza energetica. Già oggi, infatti, <strong>l’Italia è il Paese al mondo che più ricorre alle importazioni di elettricità</strong>, per circa il 14% dei consumi elettrici lordi l’anno. Lo facciamo per esigenze economiche, poiché importiamo energia nucleare ad un costo che è inferiore a quello dell’energia che possiamo produrre noi con il gas. Ma con le nuove importazioni “verdi” si arriverà al 20%, che è una percentuale altissima, a meno che non si vogliano ridurre le importazioni da nucleare per sostituirle con quelle molto più costose da fonti rinnovabili.</p>
<p>C’è da chiedersi se, a fronte di questo quadro, <strong>la nostra politica energetica sia adeguata alle esigenze. E la risposta è: certamente no</strong>. Si è fatto pochissimo sul fronte delle rinnovabili, e per giunta – a nostro avviso – si è anche fatto male. È totalmente mancata una <span id="more-339"></span>politica industriale di settore, e anche ora, che sembra si vogliano percorrere i primi passi (ad esempio nella geotermia) ci si sta muovendo con titubanza e senza una visione d’insieme.</p>
<p>Particolarmente grave ci sembra il <strong>dispendio di risorse che si stanno dilapidando sul fotovoltaico</strong>. Cifre che a leggerle sono talmente impressionanti da sembrare inverosimili.</p>
<p>Secondo l’Autorità per l’energia <strong>i primi 1.200 MW fotovoltaici installati in Italia costeranno ai cittadini 20 miliardi di euro nei prossimi 20 anni, oltre al costo di installazione (altri 6 miliardi circa)</strong>.<br />
Per il futuro, la relazione tecnica che illustra il nuovo decreto MSE – Ministero ambiente, che fissa le nuove tariffe incentivanti per il fotovoltaico negli anni  2011-2013, riferisce che <strong>i previsti 3.350 MW da incentivare nel triennio peseranno sulle bollette elettriche di tutti gli italiani per circa 25 miliardi nei 20 anni successivi</strong> (cui, anche in questo caso, vanno aggiunti gli <strong>investimenti di installazione, pari a circa 16 miliardi</strong>). Tutti soldi da sommare a quelli dei primi 1.200 MW sopra citati.</p>
<p><strong>E per ottenere cosa? </strong>Nella stessa relazione illustrativa il Ministero dello Sviluppo Economico ipotizza che gli impianti fotovoltaici producano energia per l’equivalente di 1.200 ore l’anno di potenza di picco. Ciò vuol dire che <strong>i 4.450 MW fotovoltaici (1.200 + 3.350) produrranno ogni anno circa 5,3 miliardi di kWh</strong>.<br />
Quindi 66 miliardi di euro in 20 anni, cioè 45 miliardi spalmati sulle bollette per 20 anni, più 21 miliardi di installazione, per avere <strong>una produzione annua di energia pari a quella che una centrale nucleare da 1.600 MW produce in meno di 5 mesi</strong>. Per un confronto, il costo della centrale nucleare nei 20 anni sarebbe di circa 14 miliardi, cioè 5 miliardi di investimento iniziale (ad essere pessimisti), più altri 9 miliardi per il combustibile, con una <strong>produzione elettrica che è però più che doppia rispetto ai 4.450 MW fotovoltaici</strong>.</p>
<p>Produrre energia rinnovabile è necessario. Ma <strong>una cosa è investire denaro, altro è buttarlo</strong>.</p>
<p>Occorre fermare il prima possibile lo spreco che si sta facendo con il fotovoltaico e <strong>destinare le stesse risorse alle tecnologie rinnovabili già disponibili che consentono di ottenere risultati molto più efficaci con minore spesa</strong>. Cioè praticamente tutte le altre fonti: eolico, mini-idro, geotermico, solare termico, biomasse, efficienza eccetera.</p>
<p>In particolare ci sono <strong>due azioni che ci permettiamo di consigliare</strong>.</p>
<p>La prima è relativa alla <strong>valorizzazione del kWh termico</strong>. Non si sa bene per quale motivo, ma parlando di rinnovabili si parla esclusivamente di produzione di energia elettrica. Tuttavia, <strong>ai fini degli obiettivi comunitari, produrre kWh elettrici o kWh termici è la stessa cosa. Solo che un kWh termico è molto più semplice da ottenere e a costi molto inferiori</strong>, sia in ambito domestico (in sostituzione totale o parziale del gas e dell’energia elettrica per la climatizzazione e la produzione di acqua calda) sia in quello industriale (in sostituzione totale o parziale di ogni tipo di combustibile per il calore di processo). E le tecnologie disponibili sono più mature e più differenziate.</p>
<p><strong>La seconda azione, fondamentale, è sulla ricerca</strong>. Sulla quale abbiamo un grande ritardo da recuperare, ma anche nuove opportunità che potremmo sfruttare, se si uscisse dalla logica secondo cui “fonti rinnovabili” sono solo l’eolico e il fotovoltaico.<br />
Ovunque nel mondo si stanno effettuando ricerche su tecnologie molto innovative (produzione di biocarburanti direttamente da fotosintesi, biocarburanti tramite nuovi enzimi, biomasse da microalghe, materiali per fotovoltaico innovativo, per citare solo quattro esempi promettenti). <strong>In Italia esiste un importante patrimonio di conoscenze che nessuno sembra interessato a valorizzare</strong>. È evidente che farlo solleciterebbe interessi molto minori di quanto non facciano i sontuosi incentivi concessi al fotovoltaico. Ma sarebbe davvero il caso di cominciare.</p>



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<br/><br/>]]></content:encoded>
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		<title>L’informazione sugli OGM cui ci opponiamo e quelli che, tranquillamente, mangiamo</title>
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		<pubDate>Wed, 03 Mar 2010 01:54:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enerblog</dc:creator>
				<category><![CDATA[Ambiente]]></category>
		<category><![CDATA[Informazione e comunicazione]]></category>
		<category><![CDATA[Sviluppo Sostenibile]]></category>
		<category><![CDATA[cultura scientifica]]></category>
		<category><![CDATA[informazione]]></category>
		<category><![CDATA[nucleare]]></category>
		<category><![CDATA[OGM]]></category>
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		<description><![CDATA[Dunque la Commissione Europea ha deciso di varcare il Rubicone e ha autorizzato la coltivazione di una patata geneticamente modificata. In linea di massima guardiamo con un certo distacco il dibattito sull’opportunità di consentire la commercializzazione di piante OGM, come pure (perché si discute anche di questo) di mettere limiti, su basi etiche, alla ricerca sugli [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dunque la Commissione Europea ha deciso di varcare il Rubicone e ha autorizzato la <strong>coltivazione di una patata geneticamente modificata</strong>.<br />
In linea di massima guardiamo con un certo distacco il dibattito sull’opportunità di consentire la commercializzazione di piante OGM, come pure (perché si discute anche di questo) di mettere limiti, su basi etiche, alla ricerca sugli OGM.<br />
<a href="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/fame__OGM.jpg"><img class="alignright size-full wp-image-332" style="margin-top: 5px; margin-bottom: 5px;" title="fame_&amp;_OGM" src="http://www.enerblog.it/wp/wp-content/uploads/2010/03/fame__OGM.jpg" alt="" width="280" height="259" /></a>Ci ricorda un po’ la<strong> situazione a cavallo del XVI e XVII secolo</strong>, quando i contadini si opponevano alla diffusione di strane piante come il mais e la patata (in contrapposizione ai proprietari terrieri, favorevoli, perché si trattava di colture a più alto rendimento), finché le periodiche guerre e carestie non consigliarono di cambiare idea.<br />
O anche &#8211; per fare un esempio di tipo “etico” &#8211; ci ricorda Ugo La Malfa che, nel 1972, si opponeva all’introduzione della TV a colori in Italia, perché riteneva che avrebbe favorito il consumismo e la corruzione dei costumi.</p>
<p>Insomma, crediamo che, <strong>alla fin fine, i fatti avranno come sempre ragione sulle chiacchiere</strong>.<br />
E nel caso degli OGM, comprendiamo benissimo che gli italiani (che in grande maggioranza non hanno il problema di coltivare quello che mangiano) auspichino che nel loro futuro le cose vadano come sono andate nel loro passato. Cosa che purtroppo, però, nella storia non è mai accaduto a lungo.<br />
<strong><br />
Tuttavia temiamo che i contadini africani </strong>e di molti Paesi asiatici e dell’America Centro meridionale, che devono coltivarsi il cibo con un clima e con un terreno ben peggiori di quelli europei, <strong>la vedano diversamente</strong>.<br />
Tanto più se si considera che <strong>c’è ancora più di un miliardo di persone che non ha cibo a sufficienza</strong>, in un mondo dove la terra coltivabile è sempre la stessa, ma non la popolazione, che <span id="more-331"></span>negli ultimi 50 anni è più che raddoppiata e nei prossimi 50 anni passerà dagli attuali 6,7 miliardi a 9-10 miliardi (non a caso, una volta tanto, anche il Vaticano ha plaudito alla decisione della Commissione UE).</p>
<p>Ci conforta in questa convinzione &#8211; che le chiacchiere portino al massimo ritardi, ma che le esigenze trovino poi una soluzione nei fatti &#8211; la consapevolezza che <strong>negli ultimi 70 anni sono già state prodotte più di 2.200 varietà agricole mutanti</strong> (grano, riso, girasoli, orzo, piselli, cotone, fagioli, patate, melanzane, ciliegie, mele, pere, pesche, albicocche, banane eccetera eccetera) senza che ci siano stati particolari problemi o opposizioni né da parte di ambientalisti, né tanto meno di consumatori.<br />
Tanto per fare qualche esempio, <strong>il pompelmo rosa non esiste in natura</strong>, è stato prodotto modificandone il genoma con irraggiamento di neutroni lenti. <strong>Quasi tutta la birra prodotta in Europa proviene da orzo mutante</strong>. E praticamente tutto il pane e la pasta che abbiamo mangiato negli ultimi 20 anni sono stati prodotti da varietà di grano modificate.</p>
<p>Ci riferiamo a <strong>varietà modificate con irraggiamento nucleare</strong>, che tecnicamente (cioè da un punto di vista legale) non sono OGM, ma sono comunque sostanze il cui genoma è stato modificato dall’uomo.<br />
Modificato, tra l’altro, con una metodologia piuttosto grossolana (l’irraggiamento è un po’ uno sparare a caso finché non si ottengono le mutazioni genetiche desiderate) e molto meno raffinata e precisa di quella utilizzata nei moderni laboratori per produrre organismi transgenici.</p>
<p>Quello che invece <strong>ci preoccupa davvero è l’informazione che circola su queste cose</strong>. E che, nel caso degli OGM, non è molto diversa da quella più generale sulle innovazioni tecnologiche.<br />
<strong>Dov’è il problema?<br />
</strong>Il problema è che <strong>quando si tratta di argomenti tecnico-scientifici molto complessi</strong> – come gli OGM, il nucleare, la politica energetica, gli impatti ambientali, la realizzazione di infrastrutture, la ricerca scientifica e molto altro &#8211; <strong>l’informazione non fa informazione. Vende consenso</strong>.</p>
<p>Pochi minuti fa abbiamo visto un dibattito in TV sulla vicenda della patata OGM approvata dalla UE. E ovviamente c’era in studio un “esperto” per chiarire il problema. Umberto Veronesi? Charles Davenport? Marcello Buiatti? Qualche altro noto genetista pro o contro gli OGM? Magari un autorevole economista per chiarire un poco gli aspetti economici connessi? No, l’esperto chiamato in studio a spiegare la cosa era una giovane militante di Greenpeace, autorevole solo perché di Greenpeace.<br />
Che <strong>è un po&#8217; come quando si parla di energia nucleare, e a discettarne si chiama un qualsiasi ambientalista</strong>, il quale si accalora per affermare che l’uranio sta per finire, che le centrali emettono pericolosissime radiazioni, che magari invece del costosissimo nucleare si potrebbe ricorrere alle centrali a osmosi o addirittura alla fusione fredda. E  che, soprattutto, non perde occasione per ribadire che non si deve credere ai soliti esperti (quelli veri) perché – come tutti sanno – sono prevenuti, di parte e probabilmente venduti all’industria.</p>



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